sabato 27 marzo 2010

Marineo, tradizione e liturgia nel rispetto dei reciproci ruoli


di Nuccio Benanti
MARINEO. Tutte le volte che lo spirito competitivo del clero si è scontrato con quello altrettanto combattivo delle confraternite ne è scaturito un degradante sincretismo tra le tradizioni locali e le espressioni estemporanee imposte dalle autorità parrocchiali.
Da un lato si posiziona il popolo, che notoriamente non accetta acriticamente quanto discende dall’alto, poiché la tradizione è una trincea di memoria. Dall’altro i sacerdoti e la liturgia ufficiale che, temendo ritorni di paganesimo (ammesso che sia mai completamente scomparso), reclamano i loro spazi, i loro simboli e i loro tempi. Ma il dialogo, nel rispetto dei reciproci ruoli, delle diverse concezioni del mondo e della vita, dei diversi livelli fruitivi fra egemonia e subalternità, non è mai una missione impossibile. Su questo terreno visibilmente minato è necessario demarcare una linea di confine tra i due spazi, che poi sono due mondi paralleli e due momenti partecipativi per tutti fedeli: uno tradizionale e l’altro liturgico. Non concorrenti ma alleati. A Marineo, nel giorno della Domenica delle Palme, la tradizione emerge nella processione della statua di Gesù Nazareno, sistemata sopra un asinello, preceduta dai dodici apostoli, con i pani ornati di essenze vegetali, e seguita dal popolo con i ramoscelli di ulivo in mano. Una festa che ha origine in antichi riti agrari di propiziazione. Il momento liturgico riguarda, invece, l’ingresso di Gesù nel Tempio, quando il sacerdote benedice i rami di ulivo e si avvia verso la chiesa, seguito dai fedeli, per dare inizio alla celebrazione della Messa.