giovedì 24 aprile 2014

Camicette Bianche, storie di donne morte alla Triangle di New York


di Piazza Marineo
Mercoledì 23 aprile alle ore 18.30, presso la Sala Magna dello Steri di Palermo, presentazione del libro “Camicette Bianche” di Ester Rizzo (edizioni Navarra). Intervengono Ottavio Navarra, Ester Rizzo, Giuseppina Tripodi e Silvana Polizzi.
Il 25 marzo del 1911 un rogo sviluppatosi alla Triangle di New York, spezzò la vita di 146 persone. Di queste, 126 erano donne di cui 38 di nazionalità italiana e, fra di esse, ben 24 partirono dalla Sicilia. Nell'incendio morì anche Vincenza Benanti, giovane operaia originaria di Marineo. Qualunque fosse il loro luogo di provenienza esse lasciarono, in molti casi per sempre, genitori, fratelli, figli e mariti. In seguito all'incendio alcune morirono arse vive, poiché i caporali della fabbrica, al soldo degli imprenditori, erano soliti chiuderle a chiave dall'esterno; molte altre si lanciarono dalle finestre, nel disperato tentativo di salvarsi. Parecchie di loro erano ancora giovanissime: quasi nessuna superava i trent'anni. Alcune morirono senza neppure un nome e i loro corpi non vennero mai identificati o chiesti indietro. Il processo a cui furono sottoposti i proprietari della fabbrica si concluse senza rendere loro giustizia. Donne e migranti. Donne in ogni caso sfruttate. La loro vicenda è il paradigma di ingiustizie sociali che sono cronaca ancora oggi... Il fuoco ha bruciato i loro volti e reso le loro vite invisibili. La Giornata Internazionale della Donna, che pure commemora la loro tragedia, non le ha mai nominate personalmente, lasciando che tutto fosse avvolto da una memoria generica e indistinta. Il libro di Ester Rizzo, Camicette Bianche, ricostruisce per la prima volta in Italia, i nomi e le storie di queste italiane, contribuendo a ridare loro il posto che le spetta nella storia del nostro paese. Inoltre, insieme con il gruppo Toponomastica Femminile, è stato lanciato un appello rivolto ai sindaci delle città di origine delle vittime, affinchè intitolino loro un luogo pubblico che ne onori la memoria.

mercoledì 23 aprile 2014

“Arsure di vita”, pubblicato il nuovo libro di poesie di Laura La Sala


di Giuseppe Gerbino
“Arsure di vita” è il nuovo libro di poesie di Laura La Sala, pubblicato nell’ambito del concorso letterario "Libri di-versi in diversi libri", in memoria di Lucia Sortino (Libreria Editrice Urso).
Fluidi, scorrevoli, musicali, semplici i versi della poetessa Laura La Sala. E' una poesia onesta la sua; Laura non ricerca, non sperimenta, ma si abbandona completamente alla sua Musa, quella Musa che ora parla in lingua italiana e ora in lingua siciliana; una Musa bilingue che, a seconda degli stati d'animo usa un lingua e un linguaggio diverso: sa che con Laura non può usare sempre la stessa tecnica, perché la poetessa non può essere ingabbiata, inquadrata o etichettata. Svariati sono i temi da lei trattati: la famiglia, l'amore (non solo inteso come Eros, ma in senso universale), il sociale, ecc. Molto attenta e sensibile nei confronti della Natura, dei più bisognosi, dei fratelli meno fortunati; anche la vena ironica non manca, infatti, viene fuori in parecchie delle sue poesie in lingua siciliana, confermando una capacità particolare, quella capacità comune a molti poeti siciliani, nell'affrontare temi anche di una certa importanza, ma resi leggeri e fruibili a tutti con l'ironia, quell'ironia che non solo mette di buon umore, ma ti porta a riflettere e a memorizzare, a ricordare il messaggio che la poetessa vuole fa passare. Ricorrente è il tema della fede, infatti, Laura, menziona spesso Dio, ma la sua non è ipocrisia, i suoi versi sono pregni di fede, quella fede vera, quella fede che le dà consapevolezza di essere peccatrice in quanto donna, moglie, madre e figlia allo stesso tempo. Laura non si erge a maestra, non vuole insegnare niente a nessuno; Laura, consiglia, prega, suggerisce con le sue poesie e sa come arrivare a toccare il cuore delle persone e lo fa con delicatezza, con dolcezza, non è mai dura e pungente, ma accarezza, sorride, rassicura... Chi conosce Laura La Sala personalmente, sa che si tratta di una persona di una sensibilità unica, sempre disponibile e sempre pronta a regalare un sorriso a chiunque, una poetessa insomma, capace di mantenere quell'equilibrio tra "uomo/poeta" che molti artisti spesso non sanno mantenere.

martedì 22 aprile 2014

E' tornato alla Casa del Padre il gesuita Padre Carmelo Pulizzotto


di Gaspare Ferrantelli (Resp. della C.E.M.)
All’età di 87 anni è venuto a mancare, a Catania, nella giornata di Pasqua, Padre Carmelo Pulizzotto, un sacerdote marinese che ebbe una vocazione adulta dopo aver conseguito la laurea in giurisprudenza ed avere esercitato la professione di avvocato civilista.
Agli inizi degli anni ’50 si dedicava in Marineo alla gioventù d’Azione Cattolica ed era stato nominato Segretario Politico della Democrazia Cristiana, ma sentì forte la chiamata al sacerdozio e chiese di entrare nella Compagnia di Gesù. Ordinato Sacerdote, il 12 luglio 1964, fu inviato, agli inizi degli anni ’70, missionario in Messico ed in Madagascar, dove svolse il suo ministero sacerdotale tra la povera gente. Successivamente tornò in Italia ed esercitò il suo mandato ad Alcamo, a Catania, a Palermo e a S. Agata Li Battiati (CT). Fondò nel 1968 a Mascalucia la Comunità Eucaristica Mariana (C.E.M.) e fu anche ispiratore dell’Associazione di Solidarietà Familiare “ Il Cireneo” nel 1997 ad Alcamo, valorizzando il ruolo dei laici ed in modo particolare quello della famiglia quale cellula fondamentale della società e della Chiesa. Inoltre, fu promotore regionale della Sicilia Orientale dell’Apostolato della preghiera ed il 7 luglio 2002 promosse la costituzione del primo centro dell’apostolato della preghiera familiare in Alcamo. Uomo di consiglio, fedele alla sua vocazione ignaziana, coltivò in modo del tutto singolare gli esercizi spirituali in forma comunitaria che diventavano luogo privilegiato per il sorgere di nuove vocazioni laicali e sacerdotali. I funerali in Marineo si celebreranno alle ore 17,30 di martedì 22 aprile presso la Chiesa Madre.

lunedì 21 aprile 2014

La Pasquetta, ossia la festa della pace a Mongiuffi Melia (Me)


di Pippo Oddo
Per comprendere il significato del Lunedì dell’Angelo, detto Pasquetta (festività religiosa introdotta dallo Stato italiano nel secondo dopoguerra per allungare il periodo delle vacanze di Pasqua), bisogna far mente locale su questo passaggio del Vangelo secondo San Marco (16: 1-7), dove si può leggere: 
1 E passato il sabato, Maria Maddalena e Maria madre di Giacomo e Salome comprarono degli aromi per andare a imbalsamar Gesù. 2 E la mattina del primo giorno della settimana, molto per tempo, vennero al sepolcro sul levar del sole. 3 E dicevano tra loro: Chi ci rotolerà la pietra dall’apertura del sepolcro? 4 E alzati gli occhi, videro che la pietra era stata rotolata; ed era pur molto grande. 5 Ed essendo entrate nel sepolcro, videro un giovinetto, seduto a destra, vestito d’una veste bianca, e furono spaventate. 6 Ma egli disse loro: Non vi spaventate! Voi cercate Gesù il Nazareno che è stato crocifisso; egli è risuscitato; non è qui; ecco il luogo dove l’aveano posto. 7 Ma andate a dire ai suoi discepoli e a Pietro, ch’egli vi precede in Galilea; quivi lo vedrete, come v’ha detto. Ora, la tradizione ha spostato questi fatti dalla mattina di Pasqua al giorno successivo (lunedì), forse perché i Vangeli indicano "il giorno dopo la Pasqua", anche se evidentemente quella a cui si allude è la Pasqua ebraica, che cadeva di sabato. Comunque sia, il lunedì dell'Angelo in Sicilia (ma anche nel resto d’Italia) è un giorno di festa non di precetto, che si trascorre in compagnia di parenti o amici con una tradizionale gita o scampagnata, pic-nic sull'erba e attività all'aperto. Con questa tradizione, che rende omaggio al risveglio primaverile della natura, è probabile che si voglia ricordare i discepoli l’apparizione di Gesù a due discepoli sulla strada che portava ad Emmaus, a pochi chilometri da Gerusalemme. Da qui l’assalto di Pasquetta al verde fuori porta e le pantagrueliche arrostite di salsiccia e carne ovina all’aperto. Ma a Mongiuffi Melia il lunedì di Pasqua si celebra la “festa della pace e degli Angeli”. «Tale festa – scrive Cosimo Giovanni Barra – ebbe origine nel 1830 per volere del Marchese Francesco Rao Corvaja, al fine di festeggiare la riappacificazione delle due comunità, fino ad allora divise a causa di un litigio avvenuto durante il palio. Purtroppo si svolse come istituita per soli quindici anni. Si cominciava quaranta giorni prima, con una riunione tra le due comunità avente luogo nella Chiesa del Marchesato, oggi San Sebastiano, durante la quale venivano scelti otto ragazzi; quattro per Melia, in onore del Cristo Risorto e quattro per Mongiuffi, in onore della Madonna. Veniva, inoltre, incaricata una persona per istruire questi ragazzi, i quali dovevano recitare un testo, in latino misto a dialetto siciliano, scritto dal sacerdote Giovanni Cuzari. Le famiglie si impegnavano per la buona riuscita della festa. Le donne si prodigavano a cucire le vesti bianche e gli addobbi per le ali con dei nastrini azzurri per Mongiuffi con la coccarda di San Leonardo, rossi per Melia con la coccarda di San Sebastiano. Gli uomini si occupavano, invece, di montare e addobbare il palco. Il lunedì mattina, giorno della festa, da Mongiuffi partiva una processione di quasi sole donne con abiti neri in segno di lutto. Ad aprire tale processione vi erano i tamburi, seguiti da una donna vestita di nero che portava una croce accompagnata da delle bambine le quali portavano gli strumenti della crocifissione (chiodi, martello, lenzuolo). Seguiva la confraternita delle Carmelitane in abito marrone e velo nero; la confraternita di Santa Lucia e i nobili con copricapo nero. Gli stendardi venivano coperti con un drappo nero. Tale processione, giunta a Melia, si portava nella chiesa Madre dove vi era la statua della Vergine anch’essa ammantata di nero; Il suo velo veniva sorretto da quattro ragazze vestite di celeste. A chiudere la processione era la banda musicale, seguita dalle donne del paese, ammantate con scialle nero. Contemporaneamente dalla chiesa del Marchesato usciva la processione composta in prevalenza da uomini, con la statua del Cristo risorto. Ad aprire tale processione era un uomo in camice bianco e cintura rossa con in mano un cero acceso, che si portava alla vista del mare. Se la fiamma andava verso la montagna si prevedeva un buon raccolto, se andava verso il mare si prevedevano brutti raccolti, se si spegneva si prevedevano sventure su tutto il paese. Usciva poi la confraternita di San Rocco, formata dagli uomini del Marchesato, con stola color amaranto, pantaloni sopra il ginocchio e calzettoni bianchi. Seguiva la confraternita dell’Immacolata, in abito celeste e copricapo bianco; I Sorores (ordine di casalinghe) con gonna blu camicetta bianca e veletta sulla testa. Poi era la volta dei nobili (famiglia del Marchese e ospiti) con abiti lussuosi. Poi era la volta dell’Arciprete, o il suo Luogotenente (poiché le due comunità erano sotto la direzione dell’Arcipretura di Taormina), seguito dalla statua del Cristo. Chiudevano la processione i contadini, provenienti dalle campagne circostanti, con in mano ceri addobbati con rami d’ulivo e alloro. L’incontro fra le due processioni avveniva nel cosiddetto “chianu di l’angiuli”. Dalla discesa di via Umberto, a quel tempo Gianfilippo, dove vi si era fermata la processione con il Cristo, ad un cenno del sacerdote partivano due bambini vestiti da angeli con in mano dei fiori e una bandiera bianco-rossa, che correndo andavano a chiamare la processione della Madonna fermatasi in via Ninfa Melia. Le due processioni avanzavano piano fino a raggiungere il piano degli angeli dove era stato allestito il palco degli angeli. Le confraternite si abbracciavano e mettevano via gli abiti di lutto. I primi ad incontrarsi di fronte al palco erano gli stendardi delle confraternite, il saluto avveniva facendosi l’inchino per tre volte. Dopo di che venivano tolti i veli che tenevano nascosti gli angeli sul palco, e veniva fatto cadere il velo nero della Madonna, lasciando quello bianco. A questo punto avveniva l’incontro delle Statue, che si venivano in contro quasi correndo e si facevano l’inchino per tre volte. Dai balconi addobbati con coperte e scialle di seta, venivano liberate delle colombe bianche e lanciati fiori e grano sulle autorità; il popolo sventolava fazzoletti bianchi e la campana del fondaco suonava a festa. Il clero si abbracciava, i nobili si complimentavano tra di loro e la confraternita di San Rocco distribuiva doni ai bambini. Venivano fatti salire sul palco anche i quattro angeli che reggevano il velo della Madonna. Da qui nasce la credenza che gli angeli non erano otto ma dodici e che non erano tutti vestiti di bianco, ma alcuni di celeste. Le autorità occupavano i primi posti di fronte al palco e aveva così inizio la recita. Alla fine si ricomponeva la processione, sulla destra in direzione del Cristo si disponevano quelli di Mongiuffi, sulla sinistra in direzione della Madonna quelli di Melia. Si procedeva così fino a raggiungere la chiesa di San Nicolò dove si celebrava la messa. La festa, come già detto all’inizio, si svolse così per circa quindici anni. In seguito ad un litigio tra clero e nobiltà per alcuni anni la festa non venne svolta. Riprese in maniera molto ridotta nel 1929». Non è dunque da escludere che nel ridente paesino peloritano le autorità civili e religiose dell’epoca volessero celebrare indirettamente anche il concordato tra lo Stato e la Chiesa. Ma ciò che più conta è che ancora ai nostri giorni la festa della pace è motivo di forte richiamo turistico.

sabato 19 aprile 2014

Il linguaggio del cibo: la Pasqua e l'agnello rigeneratore della vita


di Nuccio Benanti
Nella Settimana santa la storia umana del Cristo viene rappresentata per mezzo di un codice gestuale fondato sulla opposizione triste vs lieto.
Al primo gruppo appartengono tutti quei comportamenti tipici della quaresima, che denotano dolore, cordoglio, digiuno. Mentre all'altro capo si situano gli atteggiamenti caratteristici della Pasqua: gioia, sollievo, abbondanza. È il suono delle campane, il sabato, a fare da spartiacque. Suono che, simbolicamente, costituisce il momento del passaggio dalla morte alla nuova vita, dal triste inverno alla primavera. Ecco perché il giorno di Pasqua si presenta con specifici segnali di abbondanza e di fertilità: l'uovo è uno di questi (Omne vivum ex ovo). Ogni festa ha il suo dolce tipico, o più di uno: oltre ai "pupa cu l'ova", alla colomba pasquale e all’uovo di cioccolata, altro simbolo della festa è la pecorella di pasta reale, che ci ricorda le offerte sacrificali del Vecchio Testamento. Il cibo è sempre stato importante nella vita degli uomini, tanto che ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nella religione: a partire dall'antico sacrificio vedico indiano, poi in Grecia, fino a giungere ai banchetti romani. Nel Nuovo Testamento sono diversi i momenti in cui l'insegnamento di Gesù si collega alla consumazione comunitaria del cibo: L'ultima cena e La cena di Emmaus sono due di questi. Dunque, dietro ai sapori, agli odori e ai colori della cucina festiva si nascondono tantissimi significati, una trama fitta di segni. Il convivio rimanda, etimologicamente, a vivere insieme. Mangiare insieme ad altri uomini è un modo per trasformare un gesto individuale, nutritivo, naturale, in un fatto collettivo, simbolico, culturale. Quello che si fa assieme agli altri, come dimostra la religione, assume un significato collettivo, un valore di comunicazione forte e complesso. Il cibo pasquale è, quindi, rigeneratore della vita e dell'ordine cosmico, sociale e familiare.

venerdì 18 aprile 2014

Scala di lavureddi nella cappella della Società di San Ciro in Garfield


di Nuccio Benanti
MARINEO. Ecco la caratteristica scala di lavureddi realizzata quest'anno all'interno della cappella della Società di San Ciro in Garfield (New Jersey).
Anche in America la costruzione coinvolge numerose famiglie che realizzano i lavureddi, abbelliti con carta colorata e fiori, nel rispetto della tradizione. I semi vengono messi a germogliare in prossimità della festa di San Giuseppe e poi tenuti al buio fino alla Settimana Santa. Si tratta, come detto, di gesti compiuti per riaffermare l’ordine sociale, naturale e cosmico. Nei giorni che seguono la Pasqua, i lavureddi vengono presi nuovamente dai fedeli che, per tradizione, li portano nelle case o nei luoghi di lavoro (a Marineo nei campi di frumento). Segni per propiziare il buon raccolto. Nelle famiglie americane che osservano ancora le tradizioni di Marineo si preparano anche “i pupa cu l'ova”, dolci di Pasqua (a base di farina, uova e strutto) antropomorfi, che racchiudono all’interno delle uova sode. Anche questo, un gesto propiziatorio, di rinascita.

Gruppo Emmanuel: Luce del Calvario per illuminare l’oscurità del mondo


di Ciro Realmonte
MARINEO. La Pasqua è un’occasione straordinaria per rivedere, risaldare, alla luce della Sacra Scrittura e del Magistero della Chiesa, la nostra vita spirituale.
Non possiamo abituarci a vivere la Fede  con superficialità, senza che il contenuto della rivelazione penetri nel nostro cuore, ci interroghi e ci metta in crisi. La Fede, se compresa, coinvolge tutta la nostra vita personale e comunitaria, trasforma, illumina anche le nostre relazioni. Purtroppo abbiamo rilegato, rinchiuso ermeticamente la freschezza, la novità della fede a semplici, poveri e inefficaci manifestazioni di fede, illudendoci, in tal modo, di vivere il nostro Credo in Cristo Risorto. Non c’è ambito della nostra vita che è esente, impermeabile nell’assimilare e nel testimoniare il nostro Essere Cristiani, dalla Politica a un semplice incontro di calcio. E’ tutto l’uomo chiamato alla Grazia, alla Santità. Bisogna che riempiamo di olio nuovo le nostre lucerne, ormai quasi spente, o con la fiammella tremolante. Dobbiamo, con volontà, approfittare delle diverse occasioni di formazione che la comunità parrocchiale ci offre in vari momenti dell’anno. La Luminaria del Calvario ci suggerisce anche questo, sii anche Tu Luce che illumina il mondo, il tuo piccolo ambiente, il tuo essere Chiesa. La "luce" del Calvario illumina l’oscurità del mondo. La luce che irrompe dalla croce di Cristo sana le nostre ferite, rafforza il cammino, dà senso al dolore. Cristo è la luce che illumina e riscalda il cuore del cristiano, di ogni uomo. E’ questo il messaggio che il Gruppo Emmanuel vuole comunicare alla nostra comunità, attraverso la Luminaria del Calvario, realizzata nella notte del Giovedì Santo. Il triduo pasquale è ricco di simbologie che richiamano ai profondi e attuali valori della redenzione di Cristo, la luminaria si inserisce nelle già ricche manifestazioni "marinesi" della Settimana Santa. Sono i marinesi che con il loro contributo, partecipano alla sua realizzazione. Sono già trascorsi 20 anni dalla prima Luminaria del 1994, quante preghiere sono state affidate dal nostro cuore alla luce di quella piccola fiammella, per ricordare al Signore il nostro amore e invocare la sua luce che spezza le tenebre dell’indifferenza, della superficialità, del disimpegno e dell’egoismo. Con la gioia e la certezza della resurrezione di Cristo, auguri di un cammino di santità a servizio del Regno di Dio.

Marineo: la scala dei lavureddi, tradizione ricca di simboli ancestrali


di Nuccio Benanti
Nel libro sacro dello zoroastrismo, Zarathustra proclama: «Chi semina il grano edifica l’ordine». Il nome che i contadini di Marineo danno al campo di frumento è lavuri. 
I lavureddi sono, quindi, piccoli campi di grano, di lavoro e di ordine. Vengono realizzati per adornare la scalinata dell’Altare della reposizione (comunemente detto del Santo Sepolcro), all’interno della chiesa Madre di Marineo. Il frumento viene seminato dai devoti nella stoppa umida e tenuto al buio per due settimane. Sono i confrati della confraternita del Santissimo Sacramento ad allestire la caratteristica Scala Illuminata addobbata con rami d’ulivo e fiori. Al centro della chiesa vengono sistemati un centinaio di piatti germogliati portati dalle famiglie e dagli alunni delle scuole. Attraverso una scala, gli angeli di Dio salgono e scendono nel sogno biblico di Giacobbe. La scala dei lavureddi serve, quindi, a favorire un contatto simbolico con l’aldilà, e a propiziare ritualmente l'innalzarsi delle messi, trattandosi di una forma di pensiero per analogie. Si tratta della tradizione legata alla Settimana Santa più ricca di simboli ancestrali, che affonda le radici in tempi molto remoti, antecedenti alla stessa venuta di Gesù. Nell’antichità i devoti di Adone, all'approssimarsi della primavera seminavano in contenitori di terracotta chicchi di grano, che facevano germogliare in assenza di luce. Con queste nuove piantine ornavano, nei giorni antecedenti l'equinozio di primavera, il sepolcro della loro divinità, il giardino di Adone, propiziandone la resurrezione.

Settimana santa in Sicilia: il "Cristo flagellato alla Colonna" di Ispica


di Pippo Oddo
Leonardo Sciascia sosteneva che «non c'è paese in Sicilia, in cui la passione di Cristo non riviva attraverso una vera e propria rappresentazione, in cui persone vive o gruppi statuari non facciano delle strade e delle piazze il teatro di quel grande dramma i cui elementi sono il tradimento, l’assassinio, il dolore di una madre». 
Se ciò è vero in generale, a Ispica (chiamata fino al 1935 Spaccaforno) il dramma è ingigantito dalle peculiarità storiche che rimandano alle origini del paese e alla sua conformazione urbanistica. L’abitato attuale comprende un’area d’impianto settecentesco con una maglia a scacchiera e un’area d’impianto medievale con tracciati viari irregolari, adiacente ad una rupe dove sono i ruderi di una fortezza (nota come “Fortilitium”), nucleo principale della città che prima del terremoto del 1693 si sviluppava nella parte finale della Cava d’Ispica. Successivamente alcuni quartieri furono ricostruiti intorno alle chiese rimaste bene o male in piedi (S. Antonio, Carmine, Minori Osservanti), altri furono tracciati ex novo sul Colle Calandra con vie larghe e dritte, dove a poco si sono trasferiti anche gli ultimi abitanti della Cava. Fatta questa premessa, è forse il caso di lasciare la parola a Salvatore Brancati, che peraltro è autore della foto postata: «Uno dei momenti più importanti dell'anno – scrive – per i siciliani è sicuramente la Pasqua: la passione, la morte e la resurrezione di Gesù Cristo vengono commemorati in vari modi in ogni luogo dell'isola con riti molto sentiti e commoventi che non mancano di affascinare anche chi del posto non è. Ispica, cittadina dalle origini preistoriche, vanta una tradizione pasquale che da secoli richiama forestieri e pellegrini provenienti soprattutto dal circondario. Sfarzose luminarie, lunghe file di bancarelle, colorate bande musicali, larghe strade affollate da persone elegantemente vestite annunciano i giorni della festa a Ispica: fede, folklore e tradizione si fondono regalando spettacoli di grande interesse e bellezza. La Settimana Santa ispicese è preceduta dall'intenso lavoro di preparazione di confraternite e associazioni che inizia subito dopo il Carnevale […]. C'è già allora a Ispica un'atmosfera particolare, c'è in tutti un'agitazione particolare, l'ansia che accompagna l'attesa degli avvenimenti importanti. E l'avvenimento importante per Ispica è la tradizionale celebrazione della Settimana Santa, i cui giorni di punta sono il Giovedì e il Venerdì dedicati alla venerazione dei simulacri del Cristo flagellato alla Colonna e del Cristo con la Croce sulle spalle, e i cui riti commoventi e suggestivi vengono celebrati, davanti a vere maree di popolo, nelle basiliche di S. Maria Maggiore e della SS. Annunziata. Il popolo ispicese, che ancora oggi si divide nelle contrapposte fazioni dei Cavari e dei Nunziatari, devoti rispettivamente al Cristo alla Colonna e al Cristo alla Croce, durante la Settimana Santa sente pienamente di ripetere gesti e usanze dei secoli passati, grazie alla fede e all'ardore religioso degli avi, tramandati di padre in figlio. La Settimana Santa ispicese ha origini antichissime: la tradizione vuole che un crocifisso ligneo fosse venerato nella chiesa rupestre di Santa Maria della Cava, ancora oggi esistente, dal santo eremita Ilarione nel IV secolo dopo Cristo. Il volto e le mani di quel Crocifisso ligneo, scampati alle distruzioni iconoclaste, furono in seguito applicati a un Cristo legato alla colonna che, miracolosamente risparmiato dal terrificante terremoto del 1693, fu poi trasformato da un abile artigiano di Noto, Francesco Guarino, nell'attuale gruppo a tre statue, con macchinetta in legno indorata, che oggi viene venerato nella festa che si celebra il Giovedì Santo. Il nutrito programma inizia la notte del giovedì con la Via Crucis notturna che parte dalla chiesa rupestre di S. Maria della Cava e si conclude sul loggiato del Sinatra prima dell'apertura delle porte della Basilica di Santa Maria Maggiore e il tradizionale ringraziamento all'altare del Cristo. Si prosegue nella mattinata con lo svelamento della sacra immagine, per giungere al momento culminante: la lunga processione del Cristo alla Colonna che si protrae dal pomeriggio fino a oltre la mezzanotte del giovedì. Ogni anno giungono da ogni parte da ogni parte per il Giovedì e il Venerdì Santo oboli pietosi al Cristo miracoloso, per grazia ricevuta o per implorare un miracolo. Alle colonne delle bellissime chiese vengono appesi i caratteristici ex voto in cera, raffiguranti bambinelli e parti del corpo. È festa di popolo: una moltitudine di gente assiste alle manifestazioni della Settimana Santa a Ispica. Alla folla di ispicesi si aggiunge lo stuolo di forestieri accorsi per il fascino e la fama delle processioni: caratteristico il lento incedere per le vie della città, al crepitìo della tràccola, dei pesanti simulacri portati a spalla da giovani gagliardi, mai stremati dal gradito sforzo, al suono di elegie funebri suonate da bande orgogliose». Alla dotta descrizione di Brancati vale la pena di aggiungere che ad Ispica gli anziani ricordano ancora a memoria come l’Ave Maria questi detti popolari: 1) Vuliti sapiri cu su li cavari? Cuattru panzuti e ddù tammurinieri! vuliti sapiri cù sù li nunziatari? Principi, baruna e cavaleri. (Volete sapere chi sono i cavari? Quattro panciuti e due tamburini! Volete sapere chi sono i nunziatari? Principi, baroni e cavalieri). 2) Lu cunigghiu avi la tana, lu surci lu pirtusu e Vui patri amurusu, n'avistuvu né tana né pirtusu. Tutta a notti Vi batteru cu na viria ri ranatu, Vi purtaru nni Pilatu scausu, nuru e scapiddatu. (il coniglio ha la tana, il topo il buco e Voi padre amorevole, non avete avuto né tana né buco. Tutta la notte Vi hanno percosso con un ramo di melograno, Vi hanno portato da Pilato, scalzo, nudo e spettinato). 3) Santa Rusalia ri Palemmu, Sant'Agata ri Catania e u Santissimu Cristu ri Spaccafunnu su numinati ppi tuttu lu munnu. (Santa Rosalia di Palermo, Sant'Agata di Catania e il Santissimo Cristo di Spaccaforno sono nominati in tutto il mondo). Per esagerato che possa sembrare, l’ultimo di questi detti ha un puntuale riscontro nella realtà, posto che gli ispicesi sono sparsi in tutto il mondo e ovunque si trovino parlano della tradizione del Santissimo Cristo flagellato alla Colonna.

giovedì 17 aprile 2014

Ferito da toro e travolto da bovini, muore allevatore di Marineo


di Piazza Marineo
Un bracciante agricolo di Marineo è rimasto vittima di un incidente sul lavoro in contrada Tagliavia.
Michele Spinella, 53 anni, è morto dopo esser stato ferito da un toro e poi travolto da altri bovini. Sul corpo dell'uomo sono state riscontrate dai soccorritori numerose ferite che fanno pensare a questa dinamica dei fatti. A dare l’allarme erano stati i familiari quando avevano visto che il loro caro tardava a rientrare a casa. La tragedia è avvenuta ieri in contrada Tagliavia, nella zona del Borgo Saladino a Monreale. Le indagini per ricostruire le fasi dell'incidente sono condotte dai carabinieri.

Nuova Busambra, presentazione della rivista a Termini Imerese


di SiciliAntica
Organizzato da SiciliAntica si terrà giovedì 17 aprile alle ore 18, presso la Libreria Caffè Punto 52 a Termini Imerese, la presentazione della rivista Nuova Busambra, quaderni di natura, culture e società. 
In particolare il numero è dedicato a Francesco Carbone, intellettuale di alta levatura che ha operato nella seconda metà del Novecento, fondatore di Godranopoli. Previsti gli interventi di Alfonso Lo Cascio, della Presidenza Regionale di SiciliAntica, Ciro Cardinale, Vice Direttore della Rivista Espero e Santo Lombino e Paola Bisulca, Redattori. La rivista “Nuova Busambra” è frutto di un lavoro collettivo di analisi della realtà in cui si vive, caratterizzata da forti contraddizioni e ritardi, ma anche da buone pratiche da parte di minoranze attive in diversi settori della società. Sulla scia di un’intuizione di Francesco Carbone, intellettuale di alta levatura che ha operato nella seconda metà del Novecento, donne e uomini di diverso orientamento hanno costruito a partire dal 2012 uno strumento pluralista utile allo sviluppo di una coscienza critica, alla trasmissione della memoria tra le generazioni, alla conoscenza ed alla valorizzazione delle risorse culturali, storiche, ambientali, economiche dell’area geografica e umana che sta attorno a Rocca Busambra. Uno spazio aperto alla riflessione, alla creatività e all’immaginazione, un punto di osservazione e di documentazione che si rafforzi attraverso il confronto con la più vasta realtà contemporanea, in modo da “agire localmente, ma pensare globalmente”.

mercoledì 16 aprile 2014

Dopo le dimissioni di Cangialosi, treno Barbaccia sempre fermo al capolinea


di Barbara Cangialosi (Segretaria Pd)
A soli dieci mesi dall’insediamento dell’amministrazione Barbaccia, Alberto Cangialosi, l’ormai ex assessore con delega a Sport, politiche giovanili, agricoltura e zootecnia, rassegna le sue dimissioni.
Le motivazioni sono chiare e inequivocabili: lascia perché “invischiato nell’immobilismo di un’amministrazione che, ad oggi, sembra ancora versare in uno stato catatonico”. Oggi possiamo solo prendere atto che quello che abbiamo in tutti questi mesi ribadito e che abbiamo più volte sottolineato, trova riscontro nelle dure parole di chi ha vissuto dall’interno il disastro dell’amministrazione Spataro/Greco. L’immobilismo, la mancanza di iniziative progettuali, l’incapacità di gestire fondi già ottenuti e di valorizzare traguardi raggiunti dalla popolazione marinese, rendono il paese ostaggio di un gruppo che in questi dieci mesi si è solo preoccupato di placare i crescenti dissidi interni, dovuti a meri interessi personali. Oggi di fatto ci viene spontaneo costatare che l’unico ruolo evidente del Sindaco Barbaccia è quello di essere il liquidatore del fallimento del suo stesso progetto politico: non “un treno in corsa, perché questo treno, in realtà non è mai partito”. Chiediamo pertanto che si assuma, per la prima volta, la responsabilità di una scelta politica rassegnando le proprie dimissioni e rimettendo il mandato nelle mani dei cittadini.