lunedì 21 luglio 2014

Marineo, triduo in preparazione alla memoria dei Santi Gioacchino e Anna


di Piazza Marineo
Si svolgerà a partire dal 23 luglio il triduo in preparazione alla memoria dei Santi Gioacchino e Anna.
Questo il programma predisposto dalla Parrocchia "Santi Ciro e Giorgio" e dalla Congregazione SS. Redentore. Mercoledì 23, alle ore 17.15, S. Rosario e Lodi a S. Anna; alle ore 18 Celebrazione Eucaristica. Giovedì 24 – Giornata Eucaristica: ore 9,30 Esposizione SS. Sacramento fino alle ore 12; ore 17,15 S. Rosario e Lodi a S.Anna; ore 18 Celebrazione Eucaristica. Venerdì 25: ore 17,15 S. Rosario e Lodi a S.Anna; ore 18 Celebrazione Eucaristica. Sabato 26 - Memoria dei Santi Gioacchino ed Anna: ore 20,30 S. Rosario e Lodi a S. Anna; ore 21 Solenne Celebrazione Eucaristica (Presiede Don Salvatore Amato); Prima Audizione dell’Inno a S. Anna di Padre Pino Spataro e della composizione musicale a S. Anna di Pino Guagenti; Affidamento delle Partorienti; Ringraziamento delle Mamme e benedizione dei bambini; Preghiera dei Nonni. Durante il Triduo sarà posto sull’altare di S. Anna il “Libro delle partorienti” sul quale potrà essere scritto il proprio nome.

sabato 19 luglio 2014

Un marinese a Brooklyn: chiamò i pompieri per raccogliere una zucchina


di Ciro Guastella
La sua fu una vita semplice, vissuta con umiltà, ma non esitò a chiamare i pompieri per raccogliere una zucchina. Don Ciro Scarpulla era nato a Marineo nel 1902, aveva sposato Maria Cangialosi di Cefalà Diana ed era emigrato nel 1929. Si stabilì a Brooklyn, dove rimase fino alla sua morte avvenuta nel settembre del 1989, all'età di 87 anni.
Dal principio, non avendo un mestiere, si adattò a fare diversi lavori. Riuscì ugualmente a mandare i due figli a scuola e, con suo sommo piacere, li vide laurearsi. Col tempo, riuscì anche a comprarsi la casa: avere un tetto sopra la testa era per gli italiani un simbolo di progresso economico e sociale. A tempo perso, amava coltivare anche l'orticello nello spazio posteriore dello stabile. Gli piaceva anche fare il vino di casa, come si faceva in Sicilia. Comprava l'uva, che si doveva spremere, ed ogni anno radunava i ragazzini del vicinato per pigiarla in un grande tinozzo, che aveva piazzato al centro dello scantinato. Così, a settembre raccomandava ai ragazzi che era il tempo dell'anno in cui dovevano... lavarsi i piedi. Uno dei giovani di origine irlandese, nuovo nella zona, gli chiese: «Me li devo lavare... tutti e due?». Big Johnny era un suo vicino di casa, il quale, dopo aver comprato un altro stabile confinante al proprio, realizzò un elegante ristorante. Il giardino dietro l’edificio era stato organizzato in maniera da potere sistemare tavoli e sedie ed una pista da ballo per i clienti che volevano cenare al fresco durante l'estate. Due alberi di fico ed una grandissima quercia, assieme ad un ben curato pergolato di uva e fiori adornavano l'ambiente creando un'atmosfera romantica. Scarpulla non era socio del ristorante, ma aveva un interesse al suo successo perché aveva prestato soldi al suo amico. L'unica cosa che poteva compromettere gli affari del locale era la visione dei panni stesi al sole dalle signore del vicinato per asciugare. Camicie, pantaloni, calze e mutandoni non dovevano essere belli a vedersi per i clienti. Big Johnny ne parlò preoccupato con don Ciro e i due concordarono di convocare il vicinato per giungere a qualche tipo di accordo. Dopo una lunga e snervante discussione, Big Johnny riuscì a convincere i vicini: «Sono disponibile a comprare per ogni famiglia una lavatrice ed una asciugapanni - disse -, voi in cambio vi impegnate a non stendere più i panni al sole!» E fu così che le massaie del quartiere vennero dotate di moderne machine per fare il bucato e per asciugarlo meccanicamente in casa. Don Ciro, intanto, continuava con la sua passione per l'orto: produceva pomodori, fagiolina, lattughe, ed in particolare le zucchine siciliane (li cucuzzi friscarelli) che, come natura vuole, sono piante che tendono ad arrampicarsi rigogliose appigliandosi a qualsiasi elemento in posizione verticale. Una cucuzza ebbe una storia particolare. Le pianta si era, infatti, arrampicata alla sommità di un alto palo elettrico che, assieme ad un altro palo sistemato all'angolo opposto della strada, attraverso un cavo di acciaio orizzontale sostenevano il semaforo che pendeva al centro dell'incrocio. La pianta dal palo continuava in senso orizzontale per arrivare all'altezza del semaforo che, dopo la transizione dai tinnirumi dava ora alla luce una lunga e tenera zucchina che pendeva visibile col giallo, rosso e verde dello strumento segnaletico. Don Ciro avrebbe voluto raccoglierla, ma non c'era modo di raggiungerla. Così, un giorno si fermò alla vicina stazione dei vigili del fuoco e ad uno dei pompieri che conosceva chiedeva se, al loro passaggio con un loro autocarro dotato di scala mobile, avrebbero potuto raccogliere la zucchina, che ormai aveva superato diversi piedi di lunghezza. Il giorno successivo il grosso veicolo dei vigili del fuoco, con i lampeggianti accesi, si fermò all'incrocio, dove all'angolo abitava don Ciro. Bloccando il traffico da tutti e quattro i lati, uno dei vigili si arrampicò sulla scala mobile per potere raccogliere e consegnare la cucuzza al legittimo proprietario, fra gli applausi e i sorrisi della gente che aveva assistito con apprensione all’operazione di recupero. Il nostro compaesano per anni aveva svolto un ruolo attivo di volontariato presso la chiesa vicina. La domenica vestito impeccabilmente s'impostava davanti alla chiesa e quando i parrocchiani arrivavano per la messa, lui li guidava ai banchi per prendere il loro posto. Era conosciuto da tutti. Era il primo ad organizzare la raccolta di fondi da devolvere ai casi bisognosi che venivano a conoscenza della parrocchia e lui stesso in queste occasioni era molto generoso. Durante la messa celebrata in italiano lui leggeva il Vangelo ed era uno dei primi a ricevere la comunione. Don Ciro Scarpulla, per chi lo conobbe, non ebbe mai nulla da lamentare. La sua era stata una semplice vita vissuta con umiltà, affetto per i suoi simili ed uno spiccato amore per la famiglia, il lavoro, per San Ciro e Gesù.

venerdì 18 luglio 2014

Come nasce una ricetta? Spaghetti al profumo di arancia


di Antonietta Pasqualino Di Marineo
Come nasce una "mia" ricetta? Di solito copiando! Assaggiando qualcosa o leggendo quello proposto da altri... e modificandolo. Certo, per me, anche dalla mia fissazione di non buttare via nulla ed oggi mi è capitato questo esperimento. 
Ho preparato una torta con le arance, e per farla si devono bollire le arance e poi tritarle... Ma non è questo l'esperimento... Sì, insomma, ho pensato che l'acqua in cui si erano cotte le arance fosse molto profumata e che fosse un peccato buttarla via... Ed anche mi è venuta in mente la ricetta di Niko Romito al Salone del Gusto dove utilizzava un centrifugato di cime di rapa per profumare un piatto di pasta! E così ci ho cotto gli spaghetti! Che ho poi condito con acciughe, aglio e una spolverata di pangrattato tostato… Ma ecco la ricetta!
Spaghetti al profumo di arancia
Ingredienti:
(per 2 porzioni)
arance 3 + 1 per la buccia
acciughe 3
aglio 1/2 spicchio
prezzemolo 6 foglie
pangrattato 4 cucchiai da minestra
olio extra vergine di oliva
spaghetti 160 g
- bollire le arance per 30 minuti
- scaldare 3 cucchiai di olio
- aggiungere l'aglio
- aggiungere le acciughe e il prezzemolo tritato
- lasciare cuocere a fuoco lento fino a che non si sciolgono
- in una padella antiaderente tostare il pangrattato con un paio di cucchiai di olio
- far cuocere gli spaghetti al dente (tenere la cottura indietro di un paio di minuti)
- scolarli (tenendo 1/2 tazza di acqua da parte)
- saltarli nella padella con le acciughe
- aggiungendo l'acqua di cottura
- disporli nel piatto
- finire con il pangrattato
- aggiungere qualche ricciolo di buccia di arancio per decorare
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giovedì 17 luglio 2014

Storia della Parrocchia di Marineo: Antonino Giliberto (primo Parroco)


di Nuccio Benanti
Dell’arciprete Antonino Giliberto, primo parroco di Marineo, rimane oggi un suo ritratto, un olio su tela conservato nel salone parrocchiale che, come faceva notare monsignor Rainieri, si presta ad una particolare lettura simbolica.
Il sacerdote indossa dei paramenti liturgici: una cotta bianca che lascia intravedere sotto la talare nera. Una dicotomia presente anche nella stola di colore rosaceo, usata dal celebrante in tempo di Avvento e di Quaresima in sostituzione del bianco e del viola, rispettivamente simboli di purezza e penitenza. Inoltre, il sacerdote con il dito indice mostra un teschio, segno cinquecentesco della precarietà della vita e delle vicende terrene, contrapposto alla infallibilità delle sacre scritture. Le notizie a noi pervenute attraverso i documenti d’archivio sono tuttavia poche e frastagliate. Sappiamo con certezza che, dopo la fondazione del centro abitato di Marineo, nel 1556, per volontà del marchese Giliberto Beccadelli Bologna, i monaci dell'abbazia di Santa Maria del Bosco eressero un monastero presso l'attuale chiesa del SS.Crocifisso. Nella prima fase, la guida pastorale della nuova comunità venne affidata a quattro padri olivetani. Solo successivamente, quando la parrocchia venne canonicamente eretta, la scelta per la guida pastorale della comunità marinese cadde su padre Antonino Giliberto, stimato sacerdote, persona di fiducia (forse anche parente) della famiglia del Marchese di Marineo, che lo volle arciprete a tutti i costi, nonostante un suo iniziale tentativo di sottrarsi al difficile incarico. Monsignor La Spina riferisce che l’Arciprete, tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, si dedicò con sacrificio all'organizzazione della nascente parrocchia, dando un forte impulso alla prosecuzione dei lavori di edificazione della chiesa Madre e interessandosi ai lavori di costruzione della chiesa di San Michele, in un quartiere ancora in via di espansione. Riconosciuto da tutti anche lo zelo pastorale del religioso, che ha lasciato a Marineo un'orma incancellabile, essendosi impegnato a dare vita alle prime confraternite locali e a dare forma alla nascente comunità parrocchiale sia dal punto di vista morale che pastorale. Il registro dei defunti riporta soltanto che "dopo una breve malattia, invocando il Signore, volle essere sepolto nel Tempio parrocchiale".

mercoledì 16 luglio 2014

Marineo accoglie la reliquia del beato Pino Puglisi: veglia di preghiera


di Piazza Marineo
Prosegue, con una tappa a Marineo, il pellegrinaggio nelle parrocchie della diocesi di Palermo delle reliquie del beato Giuseppe Puglisi, parroco-martire ucciso dalla mafia nel 1993.
Dal 18 al 20 luglio il reliquiario sarà accolto presso la chiesa Madre di Marineo. In programma una Mostra Vocazionale su Pino Puglisi e una veglia di preghiera (per sabato 19, alle ore 21) presieduta da don Giuseppe Tavolacci e rivolta particolarmente ai giovani. L’iniziativa è stata voluta dal card. Paolo Romeo "per fare memoria del nuovo Beato e delle sue scelte di evangelizzatore, indicate come modello pastorale per tutta la Chiesa siciliana". Come ha inoltre spiegato Papa Francesco in occasione del rito di beatificazione "don Puglisi è stato un sacerdote esemplare, dedito specialmente alla pastorale giovanile. Educando i ragazzi secondo il Vangelo vissuto li sottraeva alla malavita e così questa ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto".

martedì 15 luglio 2014

In Francia nel 1789 la mancanza di pane fu il motore della Rivoluzione


di Pippo Oddo
Gli storici ufficiali non hanno mai raccontato che in Francia la mancanza di pane fu il motore della sola grande rivoluzione che abbia cambiato veramente il mondo. «Nei mesi che precedettero la presa della Bastiglia - scriveva H. E. Jacob -, i popolani di Parigi avevano ricominciato a salutarsi col saluto della Jacquerie, saluto proibito: Le pain se lève… Quale pane? Non v’era pane, nel 1789. V’era soltanto la visione del pane. La mano del destino era ancora una volta all’opera e lavorava la pasta e apriva il grande forno…».
L’assalto alla Bastiglia del 14 Luglio fu deciso perché si era da tempo sparsa la voce che dentro la solida fortezza potessero trovarsi le prove di un fantomatico «complotto del grano», di cui si sarebbero resi responsabili alcuni famigerati personaggi, amici del re. E il problema del pane costituì la preoccupazione maggiore dei rivoluzionari francesi fino al 1795. Su proposta di Danton nel 1793 a Parigi si cominciò a fabbricare il pain d’egalité: un pane integrale di pessima qualità per tutti, poveri e ricchi. Venne introdotta la tessera del pane e, come nella Roma imperiale, nel 1795 si fecero distribuzioni gratuite a tutti i parigini: una libbra e mezza al giorno ai lavoratori agricoli e ai capi famiglia, una libra a tutti gli altri. Eppure nel 1794 il raccolto era stato quanto mai scarso e in quel momento la Francia stava facendo i conti con una grave inflazione che fece salire alle stelle il prezzo del grano. Saint-Just proponeva che tutti i francesi tra i venticinque e i cinquant’anni d’età fossero obbligati a lavorare nei campi. «E gli uomini del Terrore proprio nell’anno dei raccolti mancati e della fame organizzarono una festa di ringraziamento per il raccolto. Roberspierre, vestito d’azzurro, con un’espressione rigida e astratta sul volto, percorse lentamente, a piedi, le vie di Parigi dietro una coppia di buoi “dedicata alla dea dell’agricoltura”. Recava in mano un mazzo di spighe di frumento e di papaveri; ma era ovvio che si trattava di un mazzo artificiale. Naturalmente la fame non si poteva combattere solo con plateali messinscene: di lì a poco le donne di Parigi scaricarono la loro rabbia contro gli esponenti più in vista della rivoluzione. Aggredirono l’avvocato Boissy d’Anglas, ministro del grano, e per poco non lo linciarono. Uccisero un deputato e gli staccarono la testa con un coltello da cucina. E avrebbero assassinato tutti i membri della Convenzione se non si fossero barricati nella sede delle riunioni, in attesa che venisse a salvarli un reggimento di soldati. La rivoluzione francese vinse, grazie a Dio; e l’ancien régime scomparve dalla Francia. Il pane dell’uguaglianza divenne bianco, di solo grano, in Francia e in tutti i paesi conquistati da Napoleone. I regimi feudali cominciarono a cadere, uno dopo l’altro, come pere mature». (Dal mio saggio "La grazia di Dio. Il pane tra storia e folklore", in Consorzio Giampiero Balladore, "Atlante del pane di Sicilia", Palermo 2001, pp. 40-41)

lunedì 14 luglio 2014

Cucina popolare siciliana: la salsa di pomodoro conservata in bottiglia


di Pippo Oddo
Con tutta l'attenzione dedicata all'arte del mangiar bene, Pellegrino Artusi (1820 -1911) si congedò dal mondo senza poter sperimentare i sistemi di preparazione della conserva di pomodoro che, ormai da diversi decenni, sono patrimonio comune di qualsiasi massaia siciliana e costituiscono una fonte di reddito per la popolazione di tanti comuni.
«Ho sentito dire – ammetteva nel 1891 lo stesso gastronomo emiliano – che mettendo a riscaldare le bottiglie vuote entro a una stufa e riempiendole quando son ben calde non occorre far bollire la conserva nelle bottiglie; ma questa prova io non l’ho fatta». Il pomodoro, «frutto ornamentale, curiosità esotica solo tardivamente commestibile», alla fine del Seicento, «emerge nella cucina alta grazie al ricettario napoletano di Antonio Latini. A ciò non sembra estraneo un influsso iberico: “alla spagnola” sono denominate varie ricette con impiego di pomodoro, fra cui quella della “salsa di pomodoro”, insaporita con cipolle, “peperolo” e serpillo “o piperna”, accomodata con sale, olio e aceto». Bisognava però aspettare ancora qualche secolo perché il pomodoro cominciasse a trovare piena accoglienza nella cucina popolare siciliana. Senza considerare che, nei primi tempi, questo stesso si poteva fare solo nei mesi estivi, quando maturavano i pomidori. Negli altri periodi dell’anno ci si doveva accontentare di sucu d’astrattu, sugo di pomodoro essiccato al sole. Ancora alla fine dell’Ottocento, la passata di pomodoro non salata si poteva conservare per una diecina di giorni, o poco più. Vero è che già nel 1812 era stato pubblicato, a Siena, un libro del droghiere francese Appert (Arte di conservare tutte le sostanze animali e vegetali), i cui principi sarebbero stati poi fatti propri dalla grande industria conserviera italiana del XX secolo; ma fino alla vigilia della prima guerra mondiale, era pressoché sconosciuta la salsa di pomodoro in bottiglia; e non solo in Sicilia. Lo stesso Pellegrino Artusi, autore del ben noto ricettario, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, dopo aver fornito la ricetta della «conserva di pomodoro senza sale», non sapeva dare suggerimenti migliori di questi: «Le bottiglie preferitele piccole per consumarle presto; ma possono star manomesse anche 12 o 13 giorni senza che la conserva ne soffra […]. Collocate le dette bottiglie in una caldaia framezzo a fieno, a cenci o ad altre cose simili, onde stiano strette fra loro, e versate nella caldaia tanta acqua che arrivi fino al collo della bottiglia e fatele fuoco sotto. State osservando che presto il tappo della bottiglia darà cenno di alzare e di schizzar via se non fosse legato e allora cessate il fuoco, ché l’operazione è davvero finita. Lavate le bottiglie quando l’acqua è diaccia o anche prima, ripigiate con un dito i tappi smossi per rimetterli a posto e conservate le bottiglie in cantina. Non hanno bisogno di essere incatramate perché se la conserva è fatta bene non fermenta; ma se fermentasse e le bottiglie scoppiassero, dite pure che vi è rimasta tropp’acqua per poca cottura».

giovedì 10 luglio 2014

Il maestro Carmelo Maneri: dalla Banda di Marineo al Coro del Teatro Massimo


di Nuccio Benanti
A proposito delle note di Ciro Guastella sulla famiglia Maneri del loro legame con la musica (I Maneri a Marine’ siamo di tanti… maneri, ma quando si tratta di musica abbiamo tutti talento da vendere!) un cenno a parte merita il maestro Carmelo, che i suoi contemporanei definirono “un uomo con la musica nel sangue”.
Carmelo Maneri nacque a Marineo il 7 settembre 1884 e morì a Palermo il 18 maggio 1971. All’età di 21 anni ebbe l’incarico di dirigere la Banda musicale municipale di Marineo e, grazie alla sua opera mediatrice, le due bande del paese furono unificate sotto un'unica guida. Fu lui ad introdurre in paese il sistema di paga per età e valore dei musicanti, garantendo agli allievi gratuitamente libri, istruzione, uniforme e strumento. Nel 1904, mentre prestava servizio militare all’ospedale militare di Palermo, diede vita al Coro della cappella. Durante il primo conflitto mondiale prestò servizio in Macedonia e a Verona, dove organizzò e diresse un coro di donne. Finita la prima Guerra mondiale, tornando a Marineo trovò le bande del paese nuovamente divise, così decise di cambiare aria e accettare la direzione del Complesso bandistico di Racalmuto e, in seguito, quello di Licata. Nel 1923 chiuse l’esperienza di direttore di bande per iniziare la carriera di maestro nelle scuole elementari, dove portò la sua esperienza musicale. A Palermo cambiò diverse scuole, e dove arrivava il maestro Maneri nasceva un coro polifonico. Nel 1943, gli americani sbarcarono in Sicilia e riaprirono la radio pubblica. In alcune fasce orarie venivano mandati in onda motivi popolari siciliani: la trasmissione Canta Sicilia trasmise numerosi brani scritti e musicati proprio da Carmelo Maneri ed eseguiti da un Coro di voci bianche da lui diretto. Tra i cori diretti dal maestro marinese il più noto è certamente il “Coro della città dei Vespri” che raggiunse il numero di 600 voci, 200 delle quali, in occasione del cinquantenario della “Cavalleria rusticana” al Teatro Massimo, cantarono l’Inno al sole diretto dallo stesso autore Pietro Mascagni! Alcuni anni dopo, nel 1955, allo stadio comunale di Palermo, diresse un coro di alunni di scuola composto addirittura da 4.000 voci! Quando nel 1958 andò in pensione ottenne di poter continuare ad insegnare canto corale nelle scuole elementari “convinto e fiero – scrisse – di rendere così un utile servizio alla scuola e alla società”. Nei libri di Maneri si evidenzia, inoltre, l’importanza dell’insegnamento della musica nelle scuole: dalla materna all’università! Per volontà dell’amministrazione comunale di Palermo, dal 2004 il circolo didattico di Settecannoli è intestato mastro di Marineo “Carmelo Maneri”.

mercoledì 9 luglio 2014

Energia, realizzata dall'Amap una centrale idroelettrica a Marineo


di Piazza Marineo
Si chiama progetto "Agghiastro" e prende il nome dalla località nel territorio di Marineo dov'è stata realizzata una centrale idroelettrica, capace di sfruttare il salto dell'acqua dell'acquedotto sussidiario Scanzano-Risalaimi, gestito da Amap.
L'azienda del Comune di Palermo, nel quadro delle direttive comunitarie per il risparmio energetico e lo sviluppo delle energie rinnovabili, aveva realizzato l'impianto idroelettrico, il cui avvio era stato però rallentato da intoppi burocratici per le autorizzazioni. Adesso è entrato in produzione. Costato un milione e mezzo di euro, è costituito da due gruppi di turbina-generatore asincrono Pelton ad asse orizzontale, scelti per l'elevata variazione delle portate dell'acqua dovute soprattutto alla programmazione dei prelievi dagli invasi di tipo stagionale. In altre parole, esso sfrutta il salto di acqua che dagli invasi arriva al potabilizzatore Risalaimi, che al netto è di circa 240 metri, con una portata massima di 1 metro cubo al secondo e, rispetto alla potenza istallata di 1.150 kw per singola turbina, avrà una produzione di energia elettrica annua media di 7 milioni di kwh.

martedì 8 luglio 2014

Sul trattore e la sua storia: dal trasporto dei cannoni alle lavorazioni agricole


di Pippo Oddo
Prototipo di una lunga serie di trattrici prodotte dalla Fiat, il modello 702 fu presentato nel 1920 – con dimostrazione di aratura – nella Piazza d’Armi di Torino, oggi quartiere Crocetta. Per apprezzare l’importanza dello storico evento è necessario accennare alla storia del trattore e del suo utilizzo ai fini della produzione agricola.
Il primo trattore (a vapore, destinato al trasporto dei cannoni) fu costruito nel 1770 dall’ingegnere militare francese Nicholas Joseph Cugnot (1725 – 1804) ed è tuttora conservato presso negli spazi espositivi del Conservatorio Nazionale di Arti e Mestieri, a Parigi. L’esempio del geniale inventore francese sarebbe stato poi seguito da diversi altri valenti tecnici europei, non ultimo dei quali il tedesco Otto Nikolaus (1832 – 1891), cui si deve l’invenzione del primo motore a combustione interna a quattro tempi. Degno di menzione è pure l’ingegnere piacentino Pietro Cerasa Costa che nel 1879 realizzò «il primo trattore italiano che, con opportune modifiche, venne prodotto in alcune decine di esemplari». Successivamente la Breda e la Pavesi e Tolotti, entrambe di Milano costruirono trattici sia a vapore che con vapore a scoppio di varie potenze. Non va dimenticato, in questo scenario di sperimentazione, la Barocelli di Ravenna che iniziò la sua attività nel 1913 con la costruzione di due trattori da 15 e 30 HP». Nel frattempo c’era stata l’invenzione del motore Diesel, che ha preso il nome dal suo inventore ingegnere meccanico tedesco Rudolf Diesel (1858 – 1913). Altri modelli furono progettati dal tedesco Heinrich Lanz (1838 – 1905) e dall’inglese John Flower, che «progettò inoltre la meccanizzazione per aratura a vapore che consisteva in due locomotive stradali situate una di fronte all’altra ai bordi del campo, le quali azionavano un cavo che trascinava da un lato all’altro un aratro basculante». Ma è un fatto che il trattore di tipo industriale è nato nel 1892 negli Stati Uniti e ancora per oltre un quarto di secolo la costruzione della maggior parte delle macchine agricole era monopolio degli americani. Le industrie italiane non disponevano di mezzi e capitali per uno sviluppo simile a quello degli USA: era già tanto se l’ingegno italiano riusciva a produrre «vari progetti tra cui spiccava il trattore “Pavesi – Tolotti (1911), un trattore con 4 ruote motrici di uguali dimensioni e regolabili in altezza, con telaio snodato e baricentro particolarmente basso. L’opera industriale di Ford forniva a tutti gli agricoltori grandi e piccoli un trattore leggero peraltro manovrabile che per il suo prezzo contenuto ebbe un successo commerciale senza precedenti. Dal primo prototipo del 1907, nel 1917 costruì i primi esemplari del famoso modello “Fordson” che ha avuto un ruolo importante nella meccanizzazione agricola mondiale». Nei primi decenni del Novecento i trattori erano in grandissima parte importati dagli Stati Uniti o assemblati in Europa con componenti prodotti negli USA. Nel nostro paese l’industria dei trattori che si sviluppò tra le due grandi guerre ebbe un decollo grazie alle note società costruttrici Fiat, Landini, Same, Pasquali, Lamborghini, Goldoni, Carraro che hanno portato in alto a livello mondiale l’evoluzione delle trattrici di piccola taglia dai 15 ai 35 CV o 100 CV. Bisognava aspettare la fine della grande guerra e delle commesse statali per registrare una prima significativa diffusione della meccanizzazione agricola per usi civili. È tuttavia doveroso precisare che i primi acquirenti di trattori furono i grossi proprietari terrieri e non certo gli ex soldati-contadini, i quali continuarono a condurre i loro fondi con i metodi tradizionali. Né va dimenticato che in Sicilia, per l’assenteismo degli agrari che risedevano in città, i latifondi fino all’ultimo dopoguerra erano condotti in affitto ai cosiddetti gabelloti che a loro volta li sub-concedevano ai contadini, i quali continuavano a coltivare la terra con gli aratri a trazione animale compreso quello a chiodo che la tradizione letteraria ottocentesca voleva inventato da "Cerere e Trittolemo". In oltre un secolo di storia, il trattore agricolo si è migliorato, potenziato e completato. I progressi tecnologici gli hanno fatto acquisire un’importanza fondamentale per lo sviluppo dell’agricoltura mondiale. E intanto le campagne si sono spopolate e non s’intravede nessun cenno d’inversione di tendenza… la disoccupazione aumenta e i giovani sembrano condannati inesorabilmente al precariato a vita. Ma questa è un’altra storia.

lunedì 7 luglio 2014

Porto Franco: anche Rosario Rigoglioso tra gli artisti sdoganati da Vittorio Sgarbi


di Piazza Marineo
"Porto Franco. Gli artisti sdoganati da Sgarbi", è il titolo del volume che raccoglie le opere di 101 artisti scelti da Vittorio Sgarbi tra i circa 1000 che hanno partecipato alla prima edizione della Biennale Internazionale d'Arte di Palermo. Tra questi anche il pittore di Marineo Rosario Rigoglioso.
Il libro (EA Editore, pagine 448, a colori) è stato presentato a Palermo dallo stesso critico d'arte e raccoglie le opere selezionate con il relativo corredo critico. «La varietà e la quantità di esperienze, l’ansia di ricercare e sperimentare, la convinzione di avere individuato linguaggi nuovi – scrive Sgarbi nell’introduzione al volume – hanno moltiplicato fino al parossismo le esperienze e le proposte artistiche. Il critico è stretto tra l’onestà di registrare ciò che appare e si manifesta, e l’impossibilità di conoscere le infinite variazioni della creatività contemporanea». E aggiunge: «Io, più di altri critici in Italia, mi sono spinto ad applicare un metodo che in Francia ha una lunga tradizione nei Salons des Refusés, nei quali fu possibile riconoscere, in tempi meno difficili e meno ‘affollati’, artisti come Manet e Gauguin. Così ho pensato di aprire la Biennale di Venezia a molti più artisti di quelli che corrispondevano a un mio gusto o a un mio pregiudizio. E ora, a margine di esperienze come la Biennale di Palermo e la Biennale della Creatività ho preso visione di migliaia di proposte, ben sapendo che altrettante e più non si rivelano o hanno altri, diversi canali. Intanto, dunque, prendiamo atto di questa realtà, come una costellazione in un firmamento in continua espansione».

sabato 5 luglio 2014

Al Castello di Marineo presentazione della rivista culturale Nuova Busambra


di Piazza Marineo
Sabato 5 luglio, alle ore 18, al Castello di Marineo, presentazione del nuovo numero della rivista culturale "Nuova Busambra". 
Interverranno: Giovanni Abbagnato, collaboratore della Redazione palermitana de La Repubblica, Antonella Folgheretti, giornalista e direttore responsabile di "Nuova Busambra" , Antonietta Zuccaro, poetessa. Coordinerà i lavori Franco Virga, presidente del Centro Studi e Iniziative di Marineo (CE.S.I.M.) e redattore della rivista. Il numero parla del grande Franco Scaldati ma anche del Movimento contro l'installazione delle antenne MUOS.