giovedì 30 ottobre 2014

Festa dei morti. Uno scambio simbolico: la vita ai defunti, le virtù ai bambini


di Nuccio Benanti
Il giorno dedicato alla commemorazione dei defunti in Sicilia è la Festa dei morti. Secondo un’antica credenza popolare, «i morti escono dai cimiteri ed entrano in città ed è nel passaggio appunto che lasciano i loro regali ai fanciulli buoni» (Pitrè).
A Palermo, la festa è particolarmente sentita dai bambini: la vigilia vanno a letto presto, così al risveglio potranno trovare i doni. A Marineo, e in diversi altri paesi siciliani, la tradizionale consegna dei doni avviene invece il 1 gennaio, giorno di li vicchiareddi. Dallo stretto rapporto tra fanciulli e defunti si evince la perenne lotta umana dolore vs sollievo, male vs bene, morte vs vita. «I riti del cordoglio avviano un processo di esclusione del morto dalla società dei vivi che aiuta questi ultimi a dimenticarne l’identità di vivo. La festa dei morti sancisce invece unareintegrazione del morto nella società dei vivi che li induce a ricordare l’identità del trapassato» (Petrarca). Il ritorno dei morti tra i vivi, l’integrazione simbolica dei morti nella società dei viventi spinge la comunità a rendere omaggio alle anime dei defunti, ad offrire cibo. I dolci antropomorfi, comprati per l’occasione dai genitori, vengono chiamati pupi di zuccaru, pupi di cena o più semplicemente cena. Altri dolci tipici di novembre sono l’ossa di li morti o nucàtuli, a base di zucchero, farina e uova. «Sul piano simbolico i “doni dei morti” sono i morti stessi» (Petrarca) che possono essere mangiati essendo fatti a base di zucchero. Una possibile interpretazione «è da mettere in relazione, però, con la primitiva credenza che mangiare il cibo destinato ai defunti, è come se ci si “nutrisse” simbolicamente dei trapassati stessi: un tipico esempio di patrofagia simbolica» (Buttitta). Presso alcune culture, come gli aborigeni australiani, c’era l’usanza di cibarsi di parti del corpo dei parenti defunti per acquisirne le migliori caratteristice. Anche nelle antiche feste greche e romane dedicate ai defunti troviamo la presenza di conviti funebri. Pertanto, gli antenati, presentandosi come pasto dei fanciulli, continuerebbero a vivere in loro reinserendosi nel ciclo morte-vita. I vivi entrando, invece, in contatto con i trapassati, cibandosi degli alimenti simbolici, ne acquisirebbero forza e virtù. Le credenze raccolte da Pitrè testimoniano la presenza di un sistema mitico-rituale, relativo al culto dei morti, che era riuscito (e continua ancora) a non entrare il diretta contrapposizione con l’ufficialità cattolica. «Sembrerebbe che là dove gli insiemi dei motivi culturali funebri non hanno assunto forme compromissorie rispetto a quelle del cattolicesimo ufficiale (e dunque hanno mantenuto autonomia e una certa coerenza), abbiano però dovuto trovare una posizione sempre più laterale e decontestualizzata. Questa tendenza può essere colta nei suoi esiti nel folklore siciliano contemporaneo» (Petrarca). Oggi questa festa rimane legata ai riti funebri, anche se la strenna dei fanciulli ha subito un processo di trasformazione che ne ha modificato l’originario significato di alcuni comportamenti. La presenza di streghe, maschere e zucche svuotate nelle bancarelle di Palermo e nelle vetrine di Marineo sono chiari riferimenti alla festa di Halloween, le cui maschere segnalano il ritorno dei morti con i quali stabilire un contatto. Quindi con le zucche, i dolcetti o i pupi di zucchero, per nonni e nipotini, l’articolato complesso di sistemi espressivi viene messo in atto per significare ugualmente la rigenerazione del tempo umano e naturale: immagini, gesti, azioni, concorrono, infatti, a rappresentare da un lato la rottura (il caos della natura), e dall’altro la ricostituzione dell’ordine sociale (il logos della cultura). Appunto, morte e rinascita.
Bibliografia essenziale: Buttitta A., 1996 – Dei segni e dei miti, Sellerio, Palermo; Petrarca V., 1990 – La festa dei morti in Sicilia, in Le tentazioni ed altri saggi di antropologia, Borla, Roma, pp. 119-130; Pitré G., 1978 – I morti, in Spettacoli e feste popolari siciliane (1881), Il Vespro, Palermo, pp. 393-408.

martedì 28 ottobre 2014

Marineo, al castello conferenza cittadina sul Bilancio di previsione


di Piazza Marineo
Mercoledì 29 ottobre conferenza cittadina sul Bilancio di previsione 2014. 
L'incontro, organizzato dall'Amministrazione comunale di Marineo, si terrà a partire dalle ore 20 nei locali del castello Beccadelli. La conferenza servirà per illustrare ai cittadini il documento di previsione per l'esercizio finanziario 2014. Il termine ultimo per la discussione in consiglio comunale è il 30 novembre. La cittadinanza è invitata a partecipare.

lunedì 27 ottobre 2014

Crema al limone: veloce da preparare, ideale per fare bella figura!


di Antonietta Pasqualino Di Marineo
Come vi dicevo a volte mi fisso su qualcosa, ed ora è il turno della crema al limone!
L'ho preparata per la crostata con le fragole e intanto già pensavo di utilizzarla per quest' altro dolce che dovrebbe essere abbastanza veloce da assemblare, e direi ideale per fare bella figura! (Gli ingredienti sono gli stessi della crostata, però si "risparmia" la difficoltà di tirar fuori il dolce dalla teglia, di tagliare delle fette decenti...).
Crumble (crema al limone+fragole+crumble)
Ingredienti:
Per la crema al limone
maizena 90 g
zucchero 240 g
acqua bolllente 700 g
tourli 6
succo di limone 80 g ( circa un limone e mezzo)
scorza grattugiata di un limone e mezzo
burro 30 g
-mescolare la maizena e lo zucchero
-unire all’acqua bollente, mescolando bene in modo che non formi grumi
-far cuocere fino a che non addensa e non diventa trasparente
-aggiungere i tuorli e cuocere ancora 2 minuti, sempre mescolando
-levare dal fuoco e aggiungere il succo e la buccia di limone e infine il butto
-lasciar raffreddare
PER IL CRUMBLE
farina 00 200 g
farina di riso 40 g
burro 120 g
zucchero 100 g
nocciole o pistacchi 2/3 cucchiai
-mettere tutti gli ingredienti nell’impastatrice
-far andare per qualche minuto alla massima velocità
-ottenere un’impasto sabbioso
-disporlo su una placca da forno coperta di carta forno
-far cuocere a 190° per 15 minuti
MONTAGGIO
-aiutandosi con una sac-a-poche riempire dei bicchieri, o ciotoline trasparenti per metà con la crema di limone
-aggiungere le fragole fresche tagliate a pezzetti
-finire con la “sabbia” di biscotto
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domenica 26 ottobre 2014

Nun mi chiamari fimmina: Premio "Nino Martoglio" a Laura La Sala


di Piazza Marineo
Laura La Sala ha vinto il Premio di poesia dialettale “Nino Martoglio” - Città di Grotte, consistente in un'opera d'arte e nella pubblicazione di una silloge di 30 poesie dal titolo "Nun mi chiamari fimmina".
Nun mi chiamari fimmina! si nta li to occhi nun viu rispettu, si pensi ca fussi di to proprietà e mi tratti comu na pupa di pezza, cu testa vacanti e misuri accattivanti. Nun mi chiamari fimmina: si nto lettu nun duni rispettu, si quannu ti parru li paroli su sparsi a lu ventu e usi la lingua comu un cuteddu, e mi fa capiri ca nun cuntu nenti. Chiamami fimmina: si mi duni affettu, amannu la vita, e parri cu mia comu fussi l'avemaria. Chiamami amuri quannu mi senti cantari, e lu cori vola cu sogni e pinseri. Chiamami fimmina di panza cu tanta sustanza, quannu apprezzi chiddu ca fazzu: quannu li nostri occhi su nsintunia, macari sbagghiannu e ridennu nsemmula a mia. Chiamami: chiamami amuri quannu nasci la magia tra tia e mia, quannu la nostra è sana fuddia.

sabato 25 ottobre 2014

Le vie dell'olio tra passato e futuro: dieta, medicina, mito e religione


di Pippo Oddo
«Qui c'è un albero non piantato dalla mano dell'uomo, germe nato da sé medesimo, e verdeggia abbondantemente in questa terra: l'olivo dalle foglie glauche [...] che mai rapace vecchio o capo devastatore estirperebbe con le proprie mani poiché ad esso guardano gli dei del mondo dagli occhi chiari».
Così Sofocle in Edipo a Colono. Ma non era soltanto lui, nell'antica Grecia, a ritenere sacro l'ulivo. All'origine di questa credenza c'è una leggenda. L'onnipotente Zeus amava mettere in competizione i suoi parenti più stretti. Un giorno promise il dominio della terra a chi, tra gli dei dell'Olimpo, gli avesse presentato il dono più utile all'umanità. Si fece allora avanti suo fratello Posidone che, affondando il tridente nella roccia, fece sgorgare l'acqua del mare consentendo così agli Ateniesi di navigare a distanza e dominare il mondo. Ma Zeus, che pure aveva un debole per gli Ateniesi, non se la sentì di assegnare la vittoria al fratello: volle mettere alla prova sua figlia Atena, prima di pronunciarsi. Questa cominciò a percuotere la terra ordinandole di produrre un albero nuovo e meraviglioso. Detto fatto: nacque l'olivo. Ebbro di gioia, Zeus dichiarò chiusa la gara e consegnò la palma alla figlia, sentenziando che mai dono divino sarebbe stato più utile all'umanità. Leggenda per leggenda, perché non ricordare anche quella di Aristeo? Si tramanda che fu questo semidio nomade, figlio di Apollo e di Cirene, a diffondere la cultura dell'olivo in tutto il bacino del Mediterraneo. Peccato che gli Ebrei non ci credano. Vuole infatti una vecchia leggenda ebraica che quando morì Abramo gli trovarono tra le labbra tre semi, dai quali poi nacquero il cedro, il cipresso e l'olivo. L'albero «dalle foglie glauche» sarebbe quindi nato nella Terra Santa, per i figli d'Israele. Lo stesso popolo eletto è definito da Geremia «ulivo verde, maestoso». E non è privo di significato il fatto che ad annunciare a Noè la fine del diluvio universale sia stata una colomba «con una fronda novella di olivo nel becco». Di grandissima considerazione ha sempre goduto anche presso i Cristiani la pianta dalla chioma sempreverde, se è vero che la croce di Cristo fu costruita con legno d'olivo e di cedro. Altrettanto sacra e considerata dall'Islam. Il Corano la considera infatti albero centrale, simbolo dell'uomo universale, del Profeta. Insomma, l'olivo è sempre riuscito a conciliare l'inconciliabile: profeti e sacerdoti pagani, Cristo e Maometto, Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo. Miti e leggende sono fioriti ovunque a profusione sull'olio e sull'olivo. E così i riti che, al di là della facciata, accomunano popoli assai diversi per lingua e religione, storia e concezione della vita: popoli che all'albero benedetto attribuiscono una grandissima ricchezza simbolica, facendone di volta in volta emblema di pace, fecondità, giustizia, sapienza, forza, purificazione... Se nell’Iliade Achille fa ungere di olio il cadavere di Ettore, prima di restituirlo a Priamo, nel sacramento dell'estrema unzione il sacerdote somministra olio santo a chi sta per congedarsi dal mondo. Commentando i riti funebri cristiani, lo pseudo Dionigi ricorda che «dopo il saluto, il sacerdote spande olio sul defunto». Aggiunge che «nel sacramento di rigenerazione prima del battesimo, quando l'iniziato si è totalmente spogliato delle vecchie vesti, la prima partecipazione alle cose sacre consiste nell'unzione di olio benedetto. E al termine della vita è ancora l'olio santo che si sparge sul defunto. Per l'unzione del battesimo si chiama l'iniziato all'agone dei combattimenti sacri; l'olio versato sul defunto significa che egli ha compiuto la sua carriera e messo fine alle sue lotte gloriose». È opinione diffusa che l'unzione con l'olio d'oliva faccia risaltare muscoli: ne facevano largo uso gli atleti ellenici e continuano a farne, ovunque nel mondo, quelli dei nostri giorni. Nell'Africa del Nord, ma anche in altre regioni mediterranee, da sempre i contadini usano oliare il vomere prima di affondarlo nel suolo, forse in onore all'Invisibile e alla stessa Madre Terra, i cui frutti nutrono il genere umano e ne assicurano la sopravvivenza. All'olio e all'olivo si attribuiscono poteri straordinari persino in Estremo Oriente. I Cinesi, per esempio, credono che il legno d'olivo neutralizzi l'effetto letale di taluni veleni. Nel Mediterraneo l'olio ha addirittura assolto per millenni alla funzione di corsia privilegiata per il Paradiso. Basti pensare a quanto se n'è consumato per illuminare templi, chiese, sinagoghe e moschee. Un versetto coranico recita: «Il Dio! Egli è luce in cielo e in terra, e la sua luce è come quella di una nicchia: la lampada si trova serrata in cristallo come astro di splendore, rimane accesa grazie all'olio, pianta benedetta, questa pianta è l'ulivo. L'olio farebbe risplendere la luce anche se ne non la toccasse il fuoco, mai». La lucerna ad olio è forse l'unico manufatto di uso domestico che si costruisce ininterrottamente dalla preistoria ai nostri giorni: viene ancora usata come lampada votiva. È, insomma, l'emblema dell'homo sapiens perché ha consentito ai nostri antichi progenitori di vincere il terrore delle tenebre. Anche per questo l'olio è ritenuto sacro, ma soprattutto perché l'inizio della sua coltivazione coincide con la nascita dei villaggi contadini e la conversione alla vita sedentaria delle prime comunità nomadi. Sulla regione d'origine dell'olivo ci sono varie opinioni. Una vuole che esso, originario dall'Asia Minore, sia stato introdotto in Grecia e da qui in Italia e nel Mediterraneo. Un'altra individua l'area di provenienza nella regione compresa tra i monti a sud Caucaso, le pendici dell'altipiano iranico e le coste della Siria e della Palestina. È risaputo però che l'ulivo si è sempre innestato sull'oleastro, che vegeta spontaneamente in quasi tutto il bacino del Mediterraneo. In Sicilia, per esempio, esistono ancora piccole aree residue di foresta naturale e tanti toponimi che ne attestano inconfutabilmente la presenza fin dal primo mattino del mondo: Ogliastro, Ogliastrello, ecc. A ogni buon conto, i primi scrittori di cose siciliane confermano che, almeno in epoca classica, nell'Isola l'olivo era largamente coltivato ed aveva una grande rilevanza economica e paesistica. A detta di Tucidide e di Diodoro Siculo, nelle colline a ridosso di Siracusa e di Agrigento, con le sue foglie argentate, l'albero benedetto conferiva alla campagna un'immagine di raro benessere; l'olio si esportava. Sotto i Romani l'olivicoltura è stata forse ridimensionata (per destinare le aree di risulta alla produzione del grano necessario a nutrire i cittadini dell'Urbe), ma non è certo scomparsa, a giudicare dalla grande quantità di anfore olearie rinvenute in fondo al mare a poche miglia dalle costa siciliana. I Romani d'altronde apprezzavano l'ulivo, tant'è vero che lo diffusero in tutto il Nord Africa, fino al confine del deserto, e istituirono la cosiddetta Arca olearia, una sorta di moderna Borsa dove si trattavano grosse partite d'olio d'oliva. L'olivicoltura fu poi rilanciata dai Bizantini e dagli Arabi; sopravvisse ai dominatori nordici, che pure facevano largo uso di grassi d'origine animale. Nel Cinquecento assurse alla dignità di coltura specializzata, come risposta alla crisi degli allevamenti di suini determinata dagli scriteriati disboscamenti che fecero quasi scomparire la produzione di ghiande. Un'area di significativa espansione fu, nel Cinquecento, il Marchesato di Geraci, stando almeno a quanto si può leggere nel libro-inchiesta I contadini di Sicilia di Sidney Sonnino: il marchese «allo scopo di arricchire le città e le terre per attirarvi maggiore popolazione, dava a chiunque il permesso di innestare gli oleastri, che qui crescono dappertutto spontanei, e di far proprie le piante di ulivo». Proprie, per modo di dire. In forza del diritto dei nozzoli, i contadini erano costretti a molire le drupe esclusivamente nei trappeti del marchese; «le olive – spiega Orazio Cancila – già macerate sotto il torchio non dovevano che ricevere tre colpi di pressa per cacciare parte dell'olio». Il resto, che non era poco, restava assieme alla sansa al padrone. Abolito nel 1785 dal viceré Caracciolo, il diritto dei nozzoli fu ripristinato l'anno dopo dal suo successore, principe di Caramanico. E, quando furono soppresse le angherie feudali, si istituirono I gritti di lu trappitu (di cui erano beneficiari i frantoiani), che pesavano sugli agricoltori più degli stessi diritti dei signori feudali. Aveva ragione Salvatore Salomone Marino: 'Ntra trappitu, trappiteddu e trappitara, ogghiu mancu ni portu 'na quartara. Era il lamento del contadino olivicoltore che dopo un anno di lavoro portava a casa poco olio. Senza considerare che non poteva sottrarsi al dovere di pagare, già dentro i locali del frantoio, il contributo in natura per la festa del Patrono. Ciononostante, il coltivatore siciliano non si è mai stancato di piantare e coltivare olivi. Li cura amorevolmente, quasi fossero persone. Nelle aziende capitalistiche il monte giornate impiegato nella raccolta delle olive era generalmente distribuito per l’80% alle donne e ai fanciulli e per il 20% agli uomini; e, se dobbiamo prestar fede alle parole di Giuseppe Pitrè, la manodopera femminile era remunerata con salari di fame: «A due ore dal cominciamento della fatica, le più agiate della ciurma mangiano un grano di pane, qualche volta accompagnato con un pochino di cipolla e qualche oliva passa. Le altre, che si rimangono a dente asciutto, fingono di non vederle; e se da quelle invitate siano a partecipare del loro, abbassano la testa e rispondono aspramente: obbligata!». Nell’ex contea di Modica, i raccoglitori di olive d’ambo i sessi dormivano in promiscuità in un magazzino della masseria: «tutti si stendono su d’uno strame coprendosi ciascuno dei propri abiti e le donne delle loro vesti, sovente umide». Dopo una lunga giornata di lavoro, «ricevono ciascuno in una ampia scodella una minestra di fave, metà della quale vien conservata pel domani, due ore prima dell’alba». Ma, per quanto trattate male, le raccoglitrici di olive non si stancavano mai di ringraziare il padrone che le aveva assunte, né di pregare l’Altissimo per propiziare nuove annate di carica; tanta era la paura di perdere quella misera fonte di reddito! Dall'olivo non si ricava solo l'olio. Parte dei suoi frutti, appositamente curati, integrano l'alimentazione umana. Un tempo erano addirittura quasi il solo companatico della povera gente. La sansa alimentava forni, bracieri e focolari; la morchia si barattava col sapone. I polloni del portainnesto servivano per costruire ceste, panieri e altri oggetti di uso agricolo e domestico; dai tronchi si ricavavano mobili indistruttibili e stupende sculture; dai rami giocattoli e arnesi di lavoro. L'olio d'oliva era fra l'altro ritenuto il toccasana di molti mali: ogghiu cumuni sana ogni duluri, recita un vecchio detto popolare. Talune malattie si curavano però con oli speciali come l'ogghiu di piricò, ossia olio d'oliva aromatizzato da «fiori e foglie d'iperico raccolti nella notte di San Giovanni». Non c'era male che potesse resistere di fronte all'olio d'oliva, se arricchito da talune essenze naturali come la ruta, quando bisognava curare l'isteria, o il succo di limone, nel caso di molte altre malattie, compreso il colera. E non si dimentichi che la medicina omeopatica tuttora fa largo uso del prezioso liquido estratto dalla drupa olearia. Le vie dell'olio, come quelle del Signore, sono insomma infinite. Dall'alimentazione alla cosmesi, all'industria farmaceutica... ovunque sembra che stiano per dischiudersi spazi davvero interessanti per la valorizzazione dell'olio d'oliva. Né si può ragionevolmente temere che il provvidenziale grasso vegetale perda parte della sua importanza man mano che si consolidano le logiche del villaggio globale. Anzi, tutto lascia ritenere che l'olio d'oliva debba ricevere nuovi importanti apprezzamenti proprio dai mercati lontani dall'area di produzione. A farmi radicare in questa convinzione è soprattutto il successo che ogni giorno di più registra la dieta mediterranea, che com’è noto ha tra i suoi capisaldi l’olio d’oliva, ormai da molti anni apprezzato anche da tanti uomini e donne dei paesi nordici, già consumatori di grassi insaturi e oli di semi vari.

domenica 19 ottobre 2014

Università Popolare di Marineo, presentazione dei corsi e docenti


di Piazza Marineo
Domenica 19 ottobre, alle ore 17, presentazione dei corsi e dei docenti per l’avvio delle attività dell’Università Popolare di Marineo.
L’appuntamento è presso l’auditorium delle Fondazioni Culturali “G. Arnone”, in piazza della Repubblica n.20. I cittadini interessati potranno anche ritirare i moduli d’iscrizione già disponibili presso la segreteria. Saranno proposti corsi di arte, letteratura, storia, informatica, salute e benessere, cittadinanza attiva, lingua e tradizioni popolari, cinema e teatro ed altri percorsi formativi curati da esperti con competenze riconosciute e documentate. Per gli iscritti è previsto un modesto contributo annuale di 20 euro. Per l’anno accademico 2014-2015 le immatricolazioni vanno effettuate entro il 7 novembre.

sabato 18 ottobre 2014

Marineo, festa di Giubileo della Madonna Pellegrina di Schoenstatt


di Piazza Marineo
Con una solenne celebrazione eucaristica in Chiesa Madre e il rinnovo dell'Alleanza d'Amore, la comunità parrocchiale di Marineo festeggia il Giubileo della Madonna Pellegrina di Schoenstatt.
«Cento anni di cammino (1914-2014)... uno sguardo su Schoenstatt. Marineo - spiegano gli organizzatori - festeggia così il Giubileo insieme ai responsabili del Movimento e a tutti coloro che si sono radunati a Schoenstatt, in Germania. Ci raccogliamo in preghiera per celebrare i primi cento anni di storia, per aprire le porte e offrire alla Chiesa e al mondo l'eredità ricevuta gratuitamente. Schoenstatt ancora oggi entra nella nostra vita e vuole dire un semplice sì a Dio e a Maria».

mercoledì 15 ottobre 2014

Autunno, zucche e cimiteri: Ciambella di zucca, amaretti e cioccolato


di Antonietta Pasqualino Di Marineo
L'estate piovosa è passata, adesso siamo arrivati all'autunno, piovoso pure lui, ma è più normale.
E a pensare all'autunno vengono in mente le ricorrenze familiari dei giorni dei "Morti" e "Tutti i Santi" che, per tradizione, passiamo visitando le tombe dei parenti, dislocate nei cimiteri di un paio di paesini nei dintorni di Milano. La giornata in giro di solito inizia con il ritrovarsi sulla tomba dei nonni e lì fare un picnic. Poi si cambia cimitero e si va a fare merenda da un prozio, con i "pasticcini incartati" e il miglior "Pan dei morti" mai mangiato, e per finire, arriviamo a casa (sul lago) dove prepariamo le caldarroste sul camino. Praticamente, a pensarci bene, facciamo un tour gastronomico! E autunno, poi, vuole dire anche zucche, e a pensare alle zucche vengono subito in mente gli amaretti e il cioccolato... Che messi tutti insieme hanno dato vita a questa ciambella.
Ciambella di zucca, amaretti e cioccolato
Ingredienti:
farina 00 150 g
maizena 150 g
amaretti 150 g
zucchero di canna 100 g
zucchero bianco 100 g
cioccolato fondente 100 g
uova 2 pz
burro 200 g
polpa di zucca cotta 300 g
buccia di 1 limone
lievito 1/2 bustina
semola di grano duro qb
zucchero a velo qb
stampo a ciambella di circa 25 cm
- mescolare la farina con la maizena
- montare a neve ben ferma gli albumi e aggiungere lo zucchero bianco
- imburrare e passare con la semola lo stampo
- sminuzzare il cioccolato
- grattugiare la buccia del limone
- tritare gli amaretti
- mescolare la polpa di zucca con la buccia del limone e l’amaretto
- montare i tuorli con lo zucchero di canna
- aggiungere il burro fuso
- aggiungere la polpa di zucca
- aggiungere la farina e 1/2 bicchiere di acqua tiepida per ammorbidire l’impasto
- unire l’albume montato
- versare 1/3 dell’impasto nello stampo
- aggiungere il cioccolato nel restante impasto
- aggiungere nello lo stampo
- cuocere in forno preriscaldato a 180 per 40 minuti
- una volta raffreddata sformare la ciambella e spolverare con lo zucchero a velo
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lunedì 13 ottobre 2014

Fichi d'india o pane dei poveri? Se in Sicilia anche la natura è cultura


di Pippo Oddo
In Sicilia, si sa, anche la natura è cultura. Il forestiero che visita l'isola per la prima volta deve essere re degli indifferenti per non subire il fascino di una pianta di ficodindia carica di frutti maturi: bianchi, rossi o gialli che siano.
Il fotografo ne fissa immediatamente l'immagine nella pellicola, il pittore non perde tempo a dipingerla, lo scrittore prova spesso gioia a descriverla. Si dà persino il caso che se ne enfatizzi l'importanza oltre ogni credere. È ciò che fece John Galt, scrittore e drammaturgo britannico che visitò l'Isola nel 1808. «In ogni parte voi v'incontrate piantagioni di fichi d'India, in ogni villaggio coperte ne sono le stalle. Se egli porta un paniere, questo non sarà d'altro pieno che di fichi d'India. Ogni asino che la mattina s'avvii alla città, è carico di fichi d'India. Un contadino che in sul far della sera stia sopra una pietra a contar monete di rame, non fa se non il conto di quel che gli hanno prodotto i suoi fichi d'India. Se un genere è cattivo, si dice che non vale un fico d'India, mentre non v'è cosa più squisita al mondo che un fico d'India. Ecco il solo lusso che gode il povero». Esagerato! A parte il piccolo particolare che mai Siciliano ha scomodato un ficodindia per evocare l'immagine di merce scadente, tutti i ficodindieti censiti nell'Isola dal Catasto borbonico nel 1853 coprivano una superficie pari a 7.078 ettari di coltura specializzata e 1.744 di coltura promiscua, non di più. Ma diamo a Cesare quel che è di Cesare: qualche elemento di verità si può trovare tra le fole propalate da Galt. Ha perfettamente ragione l'illustre suddito di Sua Maestà Britannica nell'affermare che «non v'è cosa più squisita al mondo che un fico d'India». Si può inoltre concordare tranquillamente con lui quando conclude che il succulento frutto era il solo lusso di cui godeva il povero di Sicilia. Ancora cento anni dopo il suo viaggio la letteratura folklorica siciliana era unanime nel ritenere che, per i meno abbienti, i fichidindia facevano le veci del pane, da agosto a dicembre. De Gasparin, agronomo francese che visitò la Sicilia una trentina d'anni dopo, definì il popolare frutto «la manna, la provvidenza della Sicilia [...], ciò che il banano è per i paesi equinoziali e l'albero del pane per le isole dell'Oceano Pacifico». I fichidindia sono «la provvidenza del popolino» gli faceva eco nel 1891 un suo illustre connazionale, René Bazin, futuro membro dell'Accademia di Francia. «Con una ventina di fichi d'India – il valore di due soldi forse – e un po' di pane, un Siciliano trova la maniera di fare la prima colazione, di pranzare, di cenare e di cantare nell’intervallo. Sono freschi, sono sani. Avvolti in carta sottile si conservano fino ad aprile». Insomma, nella Sicilia dei tempi passati i fichidindia hanno assolto alla medesima funzione cui assolvevano le castagne nell'Italia continentale. Pane dei poveri, dunque! Ma da quando? I documenti più antichi, letterari e iconografici, che attestano la presenza del provvidenziale cactus nell'Isola non sono anteriori al Seicento. Ad affermarlo sono i professori Giuseppe Barbera e Paolo Inglese dell'Istituto di Coltivazioni Arboree dell'Università di Palermo, ossia «i maggiori conoscitori italiani dì fichidindia». Dalle loro ricerche abbiamo appreso tante cose. Sappiamo per certo, oramai, che la pianta è originaria dell'altopiano messicano dove sono stati rinvenuti alcuni reperti fossili (semi di ficodindia) databili nel settimo millennio prima dell'era cristiana. In quell'area è peraltro fiorita una curiosa leggenda relativa alla fondazione di Tenochtitlan, già capitale dell'impero degli Aztechi e attuale Città del Messico. «I nomadi che scendevano dal nord verso il centro della regione erano guidati da una profezia: la loro peregrinazione avrebbe avuto fine quando avessero incontrato un'opunzia [pianta di ficodindia] che sorgeva dalla fenditura di una roccia con sopra un'aquila che si nutriva di un serpente». Ebbene, questa scena è ancora oggi riprodotta nello stemma degli Stati Uniti del Messico. Dal Messico il ficodindia è approdato, dopo la scoperta dell'America, nel Vecchio Continente e in alcune regioni africane. Si è però acclimatato solo dove ha trovato l'ambiente adatto. Quello siciliano si è dimostrato tale, fino al punto d'insinuare in qualche studioso il sospetto che la spinosa pianta potesse avere remote origini locali. Ma che venisse da fuori non hanno mai dubitato i Siciliani, se non altro perché il suo nome (comunque pronunciato nelle parlate locali) ha sempre evocato l'immagine di un frutto originario dell'India. Ma non mancano le eccezioni. A Modica, per esempio, i fichidindia si chiamano fìcumori, cioè fichi dei Mori. Più difficile è capire quale origine gli attribuiscano i Ragusani, visto che li chiamano ficupali, fichi delle pale, cioè dei cladodi, di quelle strane articolazioni spinose che fungono da rami e da foglie. Ma, a ben riflettere, anche a Ragusa si tramanda la legenda, nota in tutta l'Isola, secondo la quale in tempi lontani i fichidindia erano velenosi e perciò furono introdotti in Sicilia dai Turchi, che volevano far morire la «carne battezzata», cioè i Siciliani; ma per fortuna, come ci ricorda Pitrè, «fosse miracolo, fosse benefica diversità di clima, vi si acclimò felicemente e cominciò a dar frutti sani e dolci». A ogni buon conto, d'origine indiana, mora, turca o messicana, il ficodindia c'è ormai da tempo, in Sicilia. Ne connota inconfondibilmente il paesaggio agrario, comunque allevato: in funzione di siepe o di foraggio, di coltura promiscua o specializzata. C'è da chiedersi, semmai, che razza di Sicilia sarebbe l'Isola senza i fichidindia. Pianta esotica quanto si vuole, il ficodindia deve non poca della sua fortuna a questa regione eh'è continente in miniatura, terra di grande inventiva, culla dei primi frutti scuzzulati, di quei meravigliosi bastarduna vermigli che d'autunno fanno a tutte le ore bella mostra di sé sui carrettini dei venditori ambulanti delle città siciliane e sulle bancarelle di tutta l'Italia e che, dagli aeroporti di Palermo e Catania, spiccano il volo per raggiungere mercati lontani, ovunque li richiedano gli estimatori. Sì, sono stati prodotti in Sicilia i primi ficodindia "scozzolati", checché ne dicano gli Spagnoli. E non poteva essere diversamente, considerate le condizioni in cui avvenne la prima "scozzolatura". «È voce generale – scriveva nel 1884 l'agronomo siciliano Alfonso Spagna – che un colono di Capaci si rifiutasse di vendere la produzione dei suoi fichi d'India ad un conterraneo che vi aspirava e che costui, indignato del diniego, vendicasse la ricusa con la violenza, atterrandogli i frutti in piena fioritura. Quest'eccesso vandalico produsse effetti contrari alle sinistre intenzioni del malvagio autore. I frutti rinacquero poco dopo negli internodi in minor numero, ma turgidi e promettenti oltre l'usato e vennero a maturazione con buccia fina e polpa così serrata e consistente da potersi conservare a magazzino per più mesi e resistere agli eventi delle lunghe navigazioni». Mai sfregio è stato così benefico e illuminante. «Un cotal Vincenzo Ferrante da Bellolampo, scosso dagli effetti meravigliosi di quel trovato, avrebbe scoccolato i suoi fichidindia in fioritura con pari successo e da quel tempo finora lo scoccolamento delle bacche verdi fu adoperato in larga misura per ottenere da quella Cactea i migliori frutti desiderabili». I fichidindia un tempo si mangiavano anche per devozione: se ne facevano grosse scorpacciate a digiuno nei giorni di vendemmia. Oltre che allo stato fresco, si consumavano – come adesso – sotto forma di marmellata e mostarda. Con le bucce si fanno squisite frittelle, la polpa viene adoperata nella preparazione di ottimi liquori. Il succo di ficodindia è importante rimedio contro la tosse. I frutti più scadenti, i cosiddetti cularrussa (che vengono a maturazione fuori stagione) si sono sempre dati in pasto ai porci. I fiori essiccati – che tutt'ora si vendono a caro prezzo nelle bancarelle dei vecchi mercati di Palermo e nelle migliori erboristerie dell’Isola – si usano per preparare, talvolta su consiglio medico, infusi e decotti diuretici. Le pale, oltre a integrare l'alimentazione di bovini, ovini, caprini e, all'occorrenza, anche di asini affamati, possono essere considerate veri e propri farmaci, a voler credere a certe "medichesse del popolo" dal sussiego da gran dottoroni. Una pala fresca legata al collo sconfigge il mal di gola. Ma cosa non si curava un tempo con le pale di ficodindia? A parte il tumore alla milza (per il quale bisognava seguire un rituale complicato e recitare un'orazione che pochi conoscevano), dalle malattie cutanee alle slogature, alle lussazioni, alle febbri malariche, ai rilassamenti dell'ugola, alla stessa tubercolosi... tutto si curava con le pale di ficodindia "vergini", che non avessero, cioè, mai prodotto fiori. Il segreto stava (e per molti versi sta ancora) nel saperle spaccare come Dio comanda e nel preparare a regola d'arte le "picate" e i "cataplasmi". Con le pale si costruivano alcuni giocattoli: sedioline, tavolinetti, carrettini siciliani. Le pale vecchie e ingobbite sostituivano i guanti nella raccolta dei fichidindia. Fungevano da contenitori per la manna fluente dai frassini sfregiati dal coltello del mannaloro; da piatti in certi banchetti campestri, durante i quali, se mancava l'acqua e bisognava pulire il coltello, non era un problema: bastava affondare la lama in una pala. Le pale secche facevano degnamente le veci della paglia nell'alimentazione del fuoco. E se non proprio le pale, quanto meno i frutti di ficodindia hanno sempre eccitato la fantasia creativa anche di gente che vive in città. Per incrementare le vendite, un ambulante palermitano inventò “iocu d'a ficurinia c'a spingula”. «Il gioco consiste – si legge in un libro di Giuseppe Piazza – nel segnare con uno spillo, ad insaputa dei clienti, un frutto da quelli scelti da mangiare e a colui che toccherà il fico d'India segnato, toccherà anche di pagare il conto». Insomma, questa pianta multifunzionale importata dal Messico in Sicilia continua a testimoniare umilmente di tante storie silenziose e di lunga durata, di cui però oramai si sta perdendo purtroppo persino la memoria. Spetta quindi innanzitutto ai siciliani recuperarne storia e utilizzazioni nei progetti di animazione e sviluppo rurale eco-sostenibile.

venerdì 10 ottobre 2014

È scomparso Jean Chalavon pioniere del gemellaggio Marineo-Sainte Sigolene


di Ciro Spataro (Assessore al Gemellaggio)
Ho un ricordo bellissimo della sua prima venuta a Marineo, il 19 novembre del 1983 quando, insieme al sindaco  Jean Salque, e agli altri componenti la delegazione francese Pierre Roux, Alain Pejre e Philippe Baile fu ospite del nostro paese per il cosiddetto fidanzamento delle due comunità. 
In quell’occasione scoprii un uomo di valore, una di quelle persone che lasciano il segno: mi raccontò un po’ della sua vita, del fatto che, giovanissimo, aveva partecipato al movimento della Resistenza francese, ma soprattutto mi raccontò alcuni particolari della storia sigolenese. Era un convinto assertore dell’unità europea, non dell’Europa dei governi, ma dell’Europa dei cittadini che vogliono superare dal basso, con il loro fattivo contributo, le divisioni nazionali. Lo rividi a Sainte Sigolene per l’epifania del 1984, quando la delegazione di Marineo, a sua volta, fece la visita ricognitiva nella cittadina francese e fummo accolti con un calore tale da fissare le date del gemellaggio il 6 maggio a Marineo e l’8 luglio a Sainte Sigolene. Jean Chalavon a Sainte Sigolene era un’istituzione: si occupava della fanfara, del coro parrocchiale, del Consiglio Comunale, ed il suo scopo principale era quello di valorizzare il tessuto artigianale del suo paese; per questa ragione si dedicò anima e corpo alla creazione del Museo della Fabbrica per poi divenire Presidente della Società di Storia di Sainte Sigolene. Quest’anno ho avuto l’occasione di vederlo due volte, la prima a casa sua, alla fine di maggio, e mi  impressionarono le sue parole quando mi disse che si svegliava sovente nel cuore della notte sognando di essere a Marineo; la seconda volta lo incontrai su una carrozzella a luglio nella piazza di Sainte Sigolene, con gli occhi lucidi di commozione per aver assistito alla celebrazione del trentennale del gemellaggio. Non potrò mai dimenticare una persona così carismatica per l’affetto che nutriva per noi marinesi e soprattutto per la passione e l’impegno che metteva nelle sue iniziative ed in modo particolare per il nostro gemellaggio. A nome mio personale, del Comitato di Gemellaggio e dell’Amministrazione Comunale esprimo i sentimenti di partecipazione al dolore della comunità Sigolenese, alla moglie Denise, alla figlia Pascale  per la scomparsa di uno dei pionieri del Gemellaggio Marineo- Sainte Sigolene.

martedì 7 ottobre 2014

Lerbish: Comenius con gli alunni di Marineo per conoscere l’Europa


di Margherita Ferrantelli
Dal 22 al 29 settembre si è realizzato il IV meeting dei sei paesi partner che hanno dato vita al progetto Erasmus dal nome Let Europe’s rhythm Beat in the Same Heart.
Cinque alunni della scuola secondaria di I grado di Marineo (Pa), Roberta Inguì, Azzurra Butera, Christian Magliocco, Giorgia Parisi e Benedetta Di Sclafani con tre docenti, prof.ssa Scariano Maria, prof. Epifanio Barbaccia e la sottoscritta, nella qualità di coordinatrice del progetto, hanno partecipato in Lituania insieme ad altri alunni e docenti della Croazia, dell’Ungheria, della Polonia e della Turchia a tutte le attività presentate dalla scuola lituana di Varena, centrate sulla conoscenza delle tradizioni popolari, dei costumi tipici, di canti, danze, musiche tipiche e soprattutto della gastronomia. Questi sono stati gli ingredienti principali di questa significativa esperienza formativa che ha contribuito ad aiutare i ragazzi a sentirsi più sicuri di sé, più aperti verso culture straniere, più socievoli, più cittadini d’ Europa. Diverse e varie sono state le attività a cui tutti i partner hanno partecipato: visite di diverse cittadine come Varena con le sue accoglienti strutture scolastiche e il suo famoso festival dei funghi che si tiene ogni anno l’ultimo sabato di settembre; Merkine con il suo Parco Nazionale e il suo museo; Druskininkai con le sue ricche sorgenti termali; Vilnius, capitale lituana, con i suoi bei palazzi in stile neoclassico. Interessante e di grande arricchimento culturale è stato anche l’incontro con l’artista Antanas Cesnulis, il quale ci ha guidato alla scoperta delle sue cosmiche sculture lignee realizzate e collocate all’interno del bosco. Mirati sono stati i laboratori didattici a cui docenti e alunni hanno partecipato con entusiasmo e curiosità, tra cui il “LERBISH tea”, il “Making a toy”, creazione di un giocattolo tipico dei tempi passati, e il “Gastronomic heritage” alla scoperta del grano saraceno e dei suoi derivati e alla realizzazione del burro utilizzando tutti gli strumenti di un tempo. Inoltre una calorosa accoglienza, concerti, danze e canti tipici hanno unito tutti in una sinfonica armonia europea accentuando l’idea che il ritmo dell’Europa può e deve battere in ciascuno di noi. Questo progetto Comenius continua a porre l’accento sull’inclusione, sulla relazione, sulla comunicazione. Motivazione ed entusiasmo hanno caratterizzato tutte le attività a cui gli alunni hanno partecipato. I ragazzi si sono conosciuti ed hanno conosciuto realtà nuove che hanno apprezzato, hanno scoperto di essere adolescenti d’Europa con la stessa voglia di stare insieme, di comprendere e realizzare la dimensione europea della loro esistenza. Hanno altresì avuto modo di implementare le competenze in inglese, lingua veicolare del progetto, ma altrettanto interessante la possibilità di entrare in contatto con altre lingue d’Europa. L’esperienza altamente formativa ed educativa sarà divulgata anche all’interno della nostra comunità, scolastica e non, al fine di poter dare a tutti l’opportunità di cogliere le caratteristiche di paesi diversi da noi ma per molti aspetti anche simili, di abitudini e stili di vita diversi ma vicini e soprattutto al fine di migliorarci attraverso il confronto.

lunedì 6 ottobre 2014

Fritture!! Pastella universale per zucchine, melanzane, anelli di cipolla


di Antonietta Pasqualino Di Marineo
Certo, non è molto sano, non bisogna abusarne, però è davvero buono! La cosa importante è che sia veramente "espresso" cioè che qualcuno (di solito io) si "sacrifichi" alla permanenza in cucina... 
Che non è così male poi, si assaggia tutto prima! Cosa si può friggere? Tutto, veramente di tutto. Di solito, quando scaldo l'olio preparo almeno 2/3 tipologie di fritture: qualcosa con il pangrattato (tipo le mozzarelle in carrozza), qualcosa con la pastella (verdure e fiori) e anche qualcosa di solo infarinato (acciughe)... Attenzione a non friggere insieme le diverse tipologie, è meglio preparare più pentole. Questa è la ricetta per una pastella nella quale si può immergere veramente di tutto: io di solito la uso per le zucchine, le melanzane e gli anelli di cipolla!... Ma anche i fiori di glicine e di acacia!
Pastella universale
Ingredienti:
farina di riso 150 g
farina 00 150 g
birra fredda 1 lattina
uova 3
- mescolare le uova con la farina
- aggiungere la birra e mescolare in modo da togliere tutti i grumi
- se dovesse risultare troppo liquida aggiugere ancora un pò delle 2 farine
- lasciar riposare almeno mezz' ora
- immergere le verdure tagliate sottili e friggerle in olio bollente
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