venerdì 21 agosto 2009

Da Marineo a New York (e ritorno)


di Santo Lombino*
Nuccio Benanti e Ciro Guastella, autori di questo volume che si legge tutto d’un fiato data la scorrevolezza e la gradevolezza dell’esposizione, hanno pubblicato una ricerca di storia locale senza cadere nel municipalismo e nell’agiografia.
Con buona pace di coloro che dicono che la storia locale non esiste, possiamo ben dire che è stata condotta a termine con criteri scientifici una ricerca di storia e non una semplice cronaca degli avvenimenti. Hanno inoltre saputo utilizzare all’interno della ricerca anche osservazioni che derivano da uno sguardo sociologico ed antropologico, capace di andare alla radice dei fenomeni esaminati, per esempio facendoci quasi toccare con mano lo stretto nesso tra le ricorrenze religiose legate al culto di San Ciro, medico eremita martire di Alessandria d’ Egitto vissuto nel III secolo d.C., diventato nel 1665 patrono di Marineo (Palermo), e il ciclo stagionale che governa i lavori agricoli. “Ciascuna festa doveva dunque essere celebrata — ha scritto l’antropologo Nino Buttitta – in un tempo preciso, nei momenti in cui in dipendenza dai mutamenti stagionali si passava da un’attività all’altra. L’aratura, la semina, la potatura, la raccolta dei diversi prodotti della terra venivano così a iscriversi in una dimensione religiosa, e i riti a questa connessi assolvevano precipuamente alla funzione di sacralizzare il tempo e lo spazio”.
Il cammino di San Ciro corrisponde anche al cammino di tantissimi che sono andati a vivere a otto-diecimila km. di distanza, durante la grande migrazione transoceanica dalla fine dell’Ottocento agli anni ‘60 del Novecento. La comunità di Marineo (come altre della provincia di Palermo) ha battuto in breccia altri comuni e territori della Sicilia: già nel 1880 c’erano già consistenti gruppi di marinesi nella Little Italy di New York e già nel 1901 una colletta tra emigrati aveva condotto alla realizzazione di una statua in bronzo di S. Ciro nella piazza antistante la Chiesa madre. Il “salasso” di popolazione avvenne però tra il 1901 ed il 1013: in quel periodo la cittadina passò da diecimila abitanti a quasi settemila, e le statistiche ufficiali del Ministero Industria Agricoltura e Commercio sommano più di seimila partenze tra il 1892 e il 1915.
Sul fenomeno della “grande migrazione” italiana si sono diffusi molti stereotipi, alcuni assai duri a morire. Fino a pochi decenni or sono, sembrava dalle pubblicazioni sull’argomento che le società tradizionali fossero caratterizzate dall’immobilità della popolazione, mentre le società contemporanee avessero visto l’improvvisa esplosione del vulcano migratorio. Si trascurava il fatto, come ha sostenuto lo storico Ramella, che pratiche di mobilità locali sono esistite anche nelle società apparentemente caratterizzate da stanzialità permanente. Oltretutto, i territori italiani da cui cominciarono gli spostamenti significativi di popolazione a metà del sec.XIX non sono le regioni meridionali, come molti pensano, ma regioni come il Piemonte, la Liguria, il Veneto, che già dal 1861 diedero vita ad un esodo notevole verso altre parti d’Europa e fornirono masse di passeggeri alle navi in partenza per l’America del Nord e del Sud. Il meridione arrivò tardi, negli ultimi decenni del secolo XIX, mentre all’interno di esso la Sicilia resistette per decenni e partecipò massicciamente alla diaspora con cifre significative solo dal 1901 in poi.
Anche in considerazione di queste caratteristiche spaziali e temporali, molti storici non sono più convinti della validità assoluta dell’equazione latifondo e miseria = emigrazione. Le partenze, da quanto emerge studiando con attenzione i dati dei registri delle navi e degli archivi, non riguardano solo le zone povere dell’interno della Sicilia con agricoltura intensiva o miniere di zolfo, ma anche le zone costiere delle colture agrumicole, degli scambi commerciali e dell’attività della pesca. Accanto e forse prima della spinta espulsiva derivante da cattive annate agricole, da guerre doganali, dalla crisi dello zolfo, dalla repressione dei “Fasci dei lavoratori” da parte del governo Crispi nel 1893-94, va considerata, secondo un modello più recente, anche la forza di attrazione delle città industriali del “nuovo mondo”, che offrivano ai più intraprendenti una prospettiva concreta di ascesa nella scala sociale della terra di partenza dopo qualche anno di sacrifici e rinunce. Ecco perché il 70% dei partenti erano maschi senza famiglia al seguito, ecco il perché della elevata cifra dei rimpatri: si trattò quindi, almeno per una prima fase e per una grande fascia di partenti, di una migrazione temporanea all’interno di precise strategie familiari, messa in atto calcolando le possibilità derivanti dalle rimesse con cui nella terra di origine si poteva acquistare terreno e costruire un’abitazione decente. Tanto è vero che non partivano solo i lavoratori agricoli, ma anche artigiani, commercianti, pescatori, professionisti in cerca di fortuna: i più poveri, probabilmente, non avrebbero potuto neppure investire nel biglietto di viaggio e nelle spese iniziali del soggiorno oltreoceano.
Molti partirono clandestinamente, molti si ammalarono durante il viaggio, per tanti di loro una fredda accoglienza nella terra di arrivo, e spesso la xenofobia ed il pregiudizio razziale, come ha ben descritto Gian Antonio Stella nel libro “L’orda”. Gli italiani, preceduti da una “campagna di stampa” negativa cui avevano partecipato nel mondo anglosassone anche scrittori come Mark Twain e Charkles Dickens, erano considerati a metà tra i neri e i bianchi, a volte “crumiri” a volte “sovversivi”, chiamati dago, cioè persone facili all’uso del coltello, o wop, cioè senza documenti, con vocabolo che ricorda per assonanza il “guappo” napoletano.
Per affrontare i disagi derivanti dalla differenza di lingua, dal carattere più industriale che agricolo della produzione, dalla diversità di costumi e comportamenti, gli emigrati costituirono delle associazioni di mutuo soccorso che ebbero un’interessante evoluzione nel corso dell’Ottocento e all’inizio del Novecento. All’inizio infatti si trattò, a New York come in altre città statunitensi, di organismi promossi dagli esuli risorgimentali con scopi di propaganda politica e di assistenza ai bisognosi. Poi si ebbe il tentativo di dar vita ad associazioni di mutuo soccorso a carattere “chiuso”, su basi regionali o interregionali, promossi in genere da notabili settentrionali. Dopo l’unità d’Italia si cerca di unificare, in genere sotto l’egida del consolato italiano, le precedenti associazioni, che resistono ad ogni tentativo di fusione: spesso i social club si trasformano in organismi finanziari, piccoli istituti di prestito che tentano anche attività speculative.
Nel ventennio finale del secolo XIX arrivano i meridionali, definiti “urban villagers” o “village-minded”.Forniti di “mentalità di soggiorno” in quanto continuano a vivere nella metropoli americana come se vivessero nel loro paese di partenza, essi conoscono all’inizio due tipi di interazione sociale: la famiglia e il campanile. Si arriva alla formazione di migliaia di sodalizi su base comunale “chiusa”, quindi fortemente campanilistica, che in linea di principio forniscono aiuti ai soci in stato di necessità e danno un sussidio per il biglietto di ritorno ai malati costretti a tornare in Italia. In pratica i club sostituiscono il paese di origine in quanto danno la possibilità di incontrare amici e conoscenti, discutere problemi comuni (lavoro, casa, viaggio), servono a “indirizzare la nostalgia”, consentono ai maggiorenti di essere insigniti di onorificenze altisonanti. Spesso gli organismi di emigrati serviranno ai “notabili”, che contribuiscono finanziariamente al loro sviluppo, come trampolini di lancio per scalate sul piano sociale, economico e a volte politico, spesso avranno un ruolo nel “padrone system”, cioè nel lucrativo sistema di collocamento della manodopera proveniente dall’Italia sul mercato del lavoro nordamericano. I giudizi degli osservatori sul ruolo svolto da questi organismi sono contrastanti: secondo alcuni hanno contribuito a rallentare l’integrazione degli italiani nella società americana, frammentando ancor di più gli emigrati, secondo altri invece i club hanno funzionato come “camere di compensazione” per attutire e rendere agevole l’impatto col nuovo mondo, funzionando quindi da strumenti di integrazione.
Una svolta si ebbe comunque a partire dal 1907, quando il medico di origini siciliane Vincent Sellaro fondò l’ordine dei Sons of Italy in America (OSIA), destinato a raggruppare moltissimi italiani, raggiungendo nel 1918 ben 125mila soci: l’ideologia dei Sons of italy era un misto di progressismo americano e nazionalismo italiano. Lo scoppio della prima guerra mondiale e partecipazione prima italiana e poi statunitense (1917) contribuì ad avvicinare gli italiani agli altri gruppi etnici statunitensi. Negli anni 20 e 30 gli italiani comprendono l’utilità di unirsi in organismi unitari nazionali per valorizzare il loro status dentro la società americana, anche se gli anni 30 vedono una progressiva americanizzazione degli stili di vita dei nostri emigrati: conseguentemente entra in crisi l’associazionismo etnico, che riprenderà quota solo nel secondo dopoguerra con la National Italian American Foundation (NIAF) che conduce battaglie per la difesa del “buon nome” italiano.
Il culto dei santi e l’organizzazione di feste e processioni da parte dei Club servono a esprimere e conservare, sostiene in un saggio Sergio Bugiardini, la lealtà campanilistica. La fede dei meridionali non si esprime però nelle modalità gradite alla Chiesa cattolica statunitense, dove prevalgono i fedeli irlandesi. Così, non mancano le frizioni e le società di emigrati, anche se intitolate a santi patroni, giungono a volte a distaccarsi dalla Chiesa cattolica. Sarà la Chiesa cattolica italiana, presente in territorio americano con i padri scalabriniani, a cercare la mediazione tra i sodalizi di origine italiana e la Chiesa cattolica ufficiale.
I marinesi presenti nello stato di New York danno vita, come gli oriundi di Mezzojuso o di Bolognetta, a una associazione di mutuo soccorso intitolata al loro santo protettore, ufficialmente “incorporata” nel 1905 per iniziativa di un notaio-banchiere. l libro traccia con ricchezza di particolari le origini e le attività della Società San Ciro, che inizialmente era presente a New York e a Garfield nel New Jersey, città dove stendardi e statue sono stati trasferiti pochi anni or sono, dopo la chiusura per mancanza di soci del Club nuovaiorchese. Sarà questo un social club di lunga durata, mentre altri gruppi si scioglieranno con l’americanizzazione e l’assimilazione dei nuclei iniziali.
* Intervento del porf. Santo Lombino in occasione della presentazione del volume: Nuccio Benanti, Ciro Guastella, Il cammino di San Ciro. Dalle piramidi dell’ Egitto ai grattacieli di New York. PMbook.
Marineo, 20 agosto 2009