giovedì 18 giugno 2009

Il giorno della partenza per l’America


di Nuccio Benanti
In una calda giornata di fine agosto il vento caldo portava il ciàvuro del fieno dalla campagna. I bambini giocavano sui marciapiedi, mentre da lontano si sentiva abbanniàre un ambulante.
Micciché, l'autista dell’Ast in servizio sul tratto Palermo-Marineo arrivò puntuale in paese. Dopo aver dato un paio di colpi col piede all'acceleratore, spense l’autobus:
- «Siamo arrivati», disse. Tirò prima il freno a mano e poi dritto dritto verso il bar D’Amore per tuffarsi dentro un bicchiere di granita.
Alcuni passeggeri si erano, intanto, avvicinati alla fermata. Un vecchietto dal volto scuro, bruciato dal sole, accompagnava un uomo di mezza età, giàrno in viso, la moglie e le tre giovani figlie. Il primo a salire fu l'uomo: i suoi capelli grigi, sotto i raggi del sole, prendevano riflessi argentati. Dopo di lui salì la moglie: aveva due occhi grandi; le lunghe ciglia nere, marcate dal rimmel, apparivano ancora più accentuate per effetto dell'ombretto azzurro spennellato sulle palpebre, che intonava perfettamente con il colore delle pupille. Le ragazze, invece, tardavano a salire: stavano ancora ferme in silenzio, scantàte, come se stessero facendo un brutto sogno, e adesso aspettassero che qualcuno le andasse a svegliare.
- «Come on now!»
Al richiamo della madre si presero di coraggio e entrarono, in fila indiana, dalla più grande alla più nìca, come tre acéddi nel nido.
I passeggeri si sistemarono tutti sul lato destro del mezzo, dal cui finestrino si scorgeva la casa dei nonni: un vecchio edificio a due piani con le pareti colore verde pistacchio. Col finestrino aperto, pareva di sentire ancora l'inebriante odore di quella imbiancatura. Si vedevano pure i due enormi lettoni al primo piano della casa, che occupavano quasi tutto lo spazio; ma non riuscivano più ad immaginare le valigie scumminàte sul tavolo, che ormai erano state sistemate da Micciché nel vano portabagagli.
Quando l’autobus iniziò la corsa per Palermo, Sonny apparse la più sofferente delle ragazze. Aveva comprato una copia di Donna Moderna per il viaggio, che teneva tra le mani, ora fredde e tremanti. Il suo pensiero era fermo ad una gelida sera invernale, a Garfield, nel Niù Joisi, quando il padre tornato dal lavoro aveva annunziato trionfante di avere ottenuto due mesi di ferie estive che tutta la famiglia avrebbe trascorso in Italy, a Marineo, suo paese d'origine. Gli entusiasmi non furono eccessivi. Sonny, in particolare, aveva della Sicilia un ricordo assai offuscato, risalente a dodici anni prima, quando non era che una piccirìdda. Ricordava solo questo: una lunga fila di muli adornati a festa con nastri colorati che sfilavano per le vie del paese per portare frumento a san Ciro. Tutto attorno una folla vociante e plaudente. Mille scrùsci si accavallavano: c'era la banda musicale, i venditori di cubàita e botti fragorosi di petardi e mortaretti.
D'improvviso la ragazza smise di sfogliare la rivista, chiuse gli occhi, ritornando alle opache immagini della memoria. Per ogni ricordo che affiorava altri cento sembravano venire a galla. Quella fredda sera, in America, la madre litigò violentemente con il padre e cercò di dissuaderlo da quel viaggio massacrante, portando come valide argomentazioni il caldo, le zanzare, la mancanza delle comodità. Ma a nulla valse ciò. L'uomo rimase convinto dei suoi propositi, e chiuse la discussione.
Il viaggio fu organizzato nei minimi particolari. Già due settimane prima della partenza, iniziò una serie interminabile di visite. Erano tutti emigrati che raccomandavano al padre di portare i saluti ai parenti. E ognuno lasciava un pacchettino, sicché riempirono tre intere valigie che si trascinarono dietro solo per fare una cortesia ai compaesani.
Saliti tre nuovi passeggeri a Misilmeri, Sonny riprese a navigare libera nei ricordi di quella grande festa che tanto aveva colpito la sua fantasia di bambina. Chiuse gli occhi e si rivide piccola, morta di scànto, a causa di terribili scoppi che l'avevano fatta svegliare la mattina presto. Non riusciva a capacitarsi del motivo che spingeva tutta un'intera folla a passeggiare avanti e nnarré, quando per percorrere pochi metri, visto l'assembramento, occorrevano decine di minuti. Sembrava di essere in un formicaio; e poi, stranamente, ridevano tutti, uomini, affogati da cravatte multicolori, e donne, vestite elegantemente con abiti comprati apposta per l'occasione, sgomitavano a destra e a manca pur di guadagnare un po’ di spazio tra la gente che si affollava davanti alla chiesa. Al centro della piazza, una passerella di personaggi in costume d’epoca recitavano la Dimostranza. Sulle bancarelle poste ai lati della strada si vendeva di tutto. Sonny quella volta mangiò tanto zucchero filato da star male. Il culmine della festa giunse puntuale: la sera, variopinte luminarie inondavano di luce le vie del paese. E lì, in processione, sfilarono in silenzio migliaia di persone con le candele in mano, e le donne con i piedi scalzi, commosse a pregare dietro la vara del Santo: “Diu vi sarvi santu Ciru…”. Lei era là in mezzo, tenera, felice e spensierata con la torcia in mano.
- «Siamo alla stazione di Palermo», disse il padre. E Sonny provò improvvisamente un brivido; poi abbassò lo sguardo e si rivide ancora una volta piccola, indifesa, aggrappata ai nonni, con le trecce disfatte piangere di vero cuore il giorno della partenza per l’America.
* Liberamente tratto da: Nuova Marineo...