venerdì 17 aprile 2015

Importanti riconoscimenti per la poetessa marinese Laura La Sala


di Piazza Marineo
Nuovi ed importanti riconoscimenti per Laura La Sala, che si è aggiudicata anche la pubblicazione di due raccolte di poesie. Così, la poetessa di Marineo continuerà a viaggiare in lungo e largo attraverso la nostra bella Italia.
Dopo aver ricevuto il prestigioso Premio Martoglio 2014, adesso avrà diritto alla pubblicazione una silloge di trenta poesie dal titolo "Nun mi chiamari fimmina". Inoltre, ha ricevuto una menzione speciale nella città di Sanremo, con diritto di pubblicazione di venti poesie, il cui titolo sarà "La me Isula".  La Sala ritirerà, a breve, anche il primo premio assoluto "Giovanni Meli" dell'Accademia nazionale di lettere, arte e scienze "Ruggero II di Sicilia”. Altro prestigioso premio ricevuto di recente da Laura La Sala è stato quello del concorso nazionale "Melania Rea", che ha visto la presenza della trasmissione "Quarto Grado" di Rete 4 Mediaset (nella foto).

giovedì 16 aprile 2015

La battaglia del grano. Barcia: "Gli agricoltori siciliani seminano nostrano"


di Antonino Barcia
Ringrazio la Kamut Enterprises of Europe delle precisazioni e delle maggiori informazioni che ci ha inviato in riguardo al grano a marchio Kamut. 
Apprezzo il lavoro portato avanti dalla famiglia Quinn negli anni, ma molti agricoltori siciliani sono orientati però verso la reintroduzione del "nostrano" e "libero" grano Perciasacchi che i nostri nonni con molta sapienza e lungimiranza ci hanno fortunatamente consegnato.

La battaglia del grano. Kamut: "Fare chiarezza su origine e caratteristiche"


di Kamut Enterprises of Europe
Alcune precisazioni a cura della Kamut Enterprises of Europe in merito ai contenuti dell’articolo “In Sicilia si afferma sempre di più la coltivazione dei grani antichi”. 
Nell’articolo citato vengono riportate delle informazioni non del tutto precise che rischiano di creare confusione nel lettore su ciò che riguarda il grano khorasan KAMUT® e che quindi desideriamo qui precisare con l’obiettivo di fare chiarezza sull’origine di questo cereale, spiegare le caratteristiche distintive del grano khorasan a marchio KAMUT® ed evitare il proliferare di informazioni errate. Il termine KAMUT® non è il nome commerciale del grano khorasan né è una sottocategoria di quest’ultimo. KAMUT® è un marchio registrato per distinguere una specifica varietà di grano khorasan con determinate caratteristiche. Pertanto non è corretto parlare semplicemente di KAMUT®: la dicitura corretta dovrebbe sempre essere grano khorasan a marchio KAMUT®. La ragione per cui la famiglia Quinn ha deciso di depositare il marchio KAMUT® sta nella volontà di garantire determinate caratteristiche di una qualità di grano khorasan che viene commercializzata in tutto il mondo. Non ci sono motivazioni legate alla volontà di monopolizzare una determinata produzione, ma al desiderio di proteggere e preservare le qualità eccezionali dell’antico grano khorasan, a beneficio di tutti coloro che cercano un alimento sano e di alta qualità. Solo attraverso l’uso di un marchio registrato si può garantire ai clienti che i prodotti a base di grano khorasan KAMUT® contengono la pura e antica varietà di grano khorasan, non geneticamente modificato, coltivato secondo il metodo dell’agricoltura biologica e con elevati standard di qualità. Non reclamiamo alcuna proprietà su nessuna delle circa cento linee di grano khorasan oggi note. Chiunque è libero di coltivare qualunque grano antico e venderlo se lo desidera, ma noi controlliamo l’uso del marchio KAMUT® e che il marchio sia usato seguendo il disciplinare che abbiamo messo a punto, e cioè: È grano dell’antica varietà chiamata khorasan; Deve essere coltivato rigorosamente secondo il metodo dell’agricoltura certificata biologica; Contiene un range di proteine fra il 12 e il 18%; È puro al 99% da contaminazioni con varietà di grano moderne; È al 98% privo di segni di malattia; Contiene tra i 400 e 1000 ppb di selenio; Non può essere utilizzato in prodotti il cui nome sia ingannevole o fuorviante sulla percentuale di esso contenuta; Non deve essere mescolato a grano moderno nella pasta. Al momento tali caratteristiche si possono rilevare solo nel grano khorasan biologico coltivato dal consorzio di agricoltori biologici aderenti al programma KAMUT® nelle zone del Montana (USA), dell’Alberta e del Saskatchewan (Canada). Nonostante i numerosi tentativi fatti dall’azienda per cercare di identificare un terreno di coltivazione di questo grano anche in Europa, inclusa l’Italia, ad oggi nessuno dei test effettuati ha dato esito positivo di corrispondenza costante con i nostri standard qualitativi, come ci richiedono i nostri consumatori. Per quanto riguarda il tema del “monopolio” le precisiamo quanto segue: la filosofia del progetto KAMUT® è sempre stata quella di mantenere i prezzi stabili (per almeno un anno), distaccati dai normali cicli dei prezzi delle materie prime. Gli inevitabili costi di trasporto non incidono in maggior misura e non è pertanto corretto affermare che vi siano anche incidenze legate ad aspetti commerciali o a “regimi di monopolio” che non sussistono. Restiamo a disposizione per fornirle tutti i chiarimenti, approfondimenti e dettagli che possano supportarla nell’elaborazione di eventuali futuri articoli sul grano khorasan KAMUT® e che possano facilitare il lettore a comprendere, senza fraintendimenti di alcun tipo, le caratteristiche e qualità di un prodotto sempre più diffuso sulle nostre tavole.

lunedì 13 aprile 2015

Intitolata una via a Vincenza Benanti, lavoratrice della Triangle Shirtwaist


di Nuccio Benanti
Sabato 11 aprile il Comune di Marineo ha intitolato il nome di una via (in zona Gorgaccio) a Vincenza Benanti, giovane marinese vittima del lavoro il 25 marzo 1911. Nel corso della giornata è stato presentato anche il libro di Ester Rizzo che ricostruisce le dinamiche di quel tragico evento: “Camicette bianche. Oltre l’8 marzo” (Navarra editore).
Nell’incendio della Triangle Shirtwaist Company di New York persero la vita 146 lavoratori e lavoratrici. In realtà, ben 126 erano donne, in maggioranza ragazze di un’età compresa tra i 15 e i 25 anni. E fra esse 38 erano di nazionalità italiana, di cui 24 partite dalla Sicilia. Vincenza Benanti, figlia di Girolamo, era nata a Marineo il 18 febbraio 1888. Era emigrata nel 1905 ed aveva trovato residenza, assieme alla madre, Francesca Lo Pinto, a New York, al 17 Marlon Street. Come la maggioranza delle sue giovanissime colleghe di lavoro, cuciva camicette per 7 dollari a settimana, costretta a turni di lavoro massacranti di 12, ed anche 14 ore al giorno, con straordinari sottopagati e controlli rigidissimi. Solo dopo l’incendio è stato scoperto che i proprietari della fabbrica tenevano le porte con i lucchetti chiusi a chiave per poter controllare, a fine turno di lavoro, le borse delle oltre 500 lavoratrici. Anche per questo motivo molte donne sono state ritrovate carbonizzate, morte bruciate, soffocate o calpestate mentre cercavano di aprirsi una via di fuga dentro l’edificio in fiamme. Alcune di loro, tra cui Vincenza Benanti, hanno addirittura scelto di saltare dalle finestre del palazzo, nell’estremo tentativo di sottrarsi alla morsa del fuoco. Su Vincenza i medici legali hanno, infatti, riscontrato una tipologia di ferite compatibili con da caduta dal nono piano, dove prestava servizio. Il certificato di morte comunque indica, genericamente, come causa di morte l'asfissia. Quel sabato pomeriggio Vincenza era, dunque, seduta davanti alla sua macchina per cucire. Quando è scoppiato l’incendio mancavano pochi minuti alla fine del turno settimanale di lavoro. Le cause non sono state mai scoperte. Ma in pochi istanti il fuoco avvolse i mucchi di stoffa e camicette già confezionate di ben tre piani dell’edificio: l’ottavo, il nono e il decimo. Il giornale New York Times riferì che in pochi attimi «fu l'inferno». Molte porte rimasero con i lucchetti chiusi perché, nel frattempo, alla vista delle fiamme i capisquadra impiegati al controllo si erano messi in salvo. I giornali riferirono che la scala antincendio si spezzò subito a causa dell’eccessivo peso delle persone che vi transitarono sopra. E poi bruciò anche la struttura che reggeva l'ascensore, che precipitò al piano terra con il suo carico umano. Fu allora che molte ragazze, strette dalla morsa del caldo e del fumo, si affacciarono alle finestre per respirare. Ma quando le lingue di fuoco le raggiunsero cominciarono a lanciarsi per non bruciare vive. Furono scene strazianti, con i soccorritori impotenti. Scene che i giornali americani descrissero nei minimi dettagli: una donna baciò un uomo che aveva accanto e poi si lasciarono andare nel vuoto; due sorelle precipitarono tenendosi per la mano; una giovane donna si lasciò cadere e sembrava una torcia umana. Una «macabra grandinata», scrisse un reporter. Vincenza Benanti anche lei – molto probabilmente - si lanciò, forse nella speranza di aggrapparsi all’edificio accanto o nel tentativo di raggiungere la rete dei pompieri. Ma terminò anche lei la sua giovane vita sul marciapiede sottostante. Molte ragazze furono identificate nei giorni seguenti da un anello, da un pezzo di vestito o da una scarpa. Vincenza venne identificata, qualche giorno dopo, dal fratello Fedele. Una sua cugina, Tessa Benanti, di soli 16 anni, figura nella lista dei sopravvissuti. La madre di Vincenza, Francesca Lo Pinto, già malata di cancro, morì poco tempo dopo e fu sepolta assieme alla figlia. L’iscrizione lapide recita: “Dato il dolore di sua figlia, la madre ha cessato di vivere”. I proprietari della fabbrica uscirono assolti dal processo, mentre le assicurazioni risarcirono le famiglie con pochi dollari. Nei mesi seguenti furono istituite delle commissioni per indagare sulle condizioni di vita nelle fabbriche, e furono apportate importanti modifiche al diritto del lavoro dei lavoratori e delle lavoratrici dello Stato di New York. Per questo motivo, ed anche per un equivoco storico, questo incidente viene spesso ricordato come l'atto di origine della festa della donna dell'8 marzo.

giovedì 9 aprile 2015

Presentazione libro a Bolognetta: Il grano, l’ulivo e l’ogliastro


di Piazza Marineo
Si presenta domenica 12 aprile alle ore 17.30 a Bolognetta, presso il Centro intergenerazionale di via Vittorio Emanuele n. 108, il volume “Il grano, l’ulivo e l’ogliastro. Bolognetta-Santa Maria dell’Ogliastro, 1570-1960” di Santo Lombino, editore Istituto Siciliano di Studi Politici ed Economici - Palermo.
Interverranno: Antonino Tutone, sindaco di Bolognetta; Maria Grazia Guttilla, bibliotecaria; Rita Cedrini, antropologa; Ferdinando Maurici, archeologo e storico; Leoluca Orlando, sindaco di Palermo; Tommaso Romano, scrittore e poeta. Coordina i lavori Umberto Balistreri. Sarà presente l’autore. La manifestazione è organizzata dal Comune di Bolognetta, dalla Biblioteca civica “Tommaso Bordonaro” con la collaborazione dell’associazione culturale “Nuova Busambra”.

mercoledì 8 aprile 2015

Intitolazione via e presentazione libro per ricordare Vincenza Benanti


di Piazza Marineo
Accogliendo una richiesta del Gruppo Toponomastica Femminile e dell'Editore Navarra, sabato 11 aprile il Comune di Marineo intitolerà il nome di una via (in zona Gorgaccio) a Vincenza Benanti, giovane marinese vittima del lavoro il 25 marzo 1911. Prevista anche la presentazione del libro di Ester Rizzo “Camicette bianche. Oltre l’8 marzo”. 
L’iniziativa per ridare dignità alle 126 donne, vittime dell’incendio della fabbrica di camicie a New York il 25 marzo 1911, arriva a fattivo compimento dopo l’approvazione da parte della Prefettura di Palermo della delibera della giunta comunale n. 38 del 4 giugno del 2014, con cui si è provveduto a intitolare una via del centro abitato a Vincenza Benanti, nata a Marineo il 18 febbraio 1888. La giovane donna si lanciò nel vuoto sperando di aggrapparsi nell’edificio accanto a quello in fiamme, ma rimase impigliata precipitando sull’asfalto sottostante. Nella fattispecie, come ha messo in evidenza Ester Rizzo, nel suo recente ed attualissimo libro, il processo cui furono sottoposti i proprietari della fabbrica si concluse senza rendere giustizia né alle vittime né alle loro famiglie. È giusto ricordare questa figura di donna da annoverare fra i martiri del lavoro, in quanto nessuna garanzia assicurativa e tutela era stata prevista per le operaie della Camiceria Triangle che prestavano la loro opera di 60 ore settimanali con turni massacranti.  Non a caso l’incendio di New York è uno degli eventi commemorati ogni anno nel corso della giornata internazionale della donna. In tal senso, in attuazione dello Statuto comunale, è importante che ad imperitura memoria si ricordi la giovane donna emigrata, partita da Marineo nel 1906, che ha onorato ed onora il nome della nostra cittadina nel mondo, attraverso l’intitolazione di una via che possa recuperarne il ricordo  nel luogo che l’ha vista nascere ed in cui ha trascorso la sua giovinezza, valorizzando altresì la dignità lavorativa di questa donna. La cerimonia d’intitolazione, che è stata prevista per sabato 11 aprile 2015, si svolgerà secondo il seguente programma: Ore 17.00: cerimonia ufficiale d’intitolazione della via, sita in zona Gorgaccio, alla memoria di Vincenza Benanti da parte delle autorità civili, religiose e militari, con scoprimento della targa toponomastica. Ore 18.00: Castello Beccadelli Marineo – Presentazione del libro di Ester Rizzo “Camicette Bianche” – Navarra Editore. Interverranno: l’autrice del volume, Ester Rizzo, il Sindaco di Marineo Pietro Barbaccia, la Sovrintendente ai Beni Culturali Maria Elena Volpes, l’editore Ottavio Navarra, la poetessa Antonietta Zuccaro, con la testimonianza di Salvatore Cirone, nipote diretto di una delle donne vittime del rogo della Camiceria Triangle.

martedì 7 aprile 2015

In Sicilia si afferma sempre di più la coltivazione dei grani antichi


di Antonino Barcia
Negli ultimi anni si è assistito ad un preoccupante aumento delle intolleranze alimentari causate da molecole contenute negli alimenti in quantità eccessive come ad esempio il glutine (principale proteina del grano) responsabile della celiachia, definita molto genericamente come: “malassorbimento intestinale” della proteina del grano. 
Una recente indagine condotta da 15 Centri della Società Italiana di Gastroenterologia ed Epatologia Pediatrica su circa 18.000 studenti delle scuole medie inferiori ha dimostrato la presenza di celiachia, pari a 1 caso su 150. A questo punto nasce un interrogativo: “come mai in pochi decenni si è passati da un’incidenza di 1 a migliaia, ad un’incidenza di 1 a 150, tanto da far sospettare un incremento ancora maggiore (1 a 100) nell’imminente futuro?”. Di fronte a questa situazione, (oltre alle altre possibili cause scatenanti, attualmente in fase di studio), alcuni ricercatori stanno estendendo le loro osservazioni anche alle moderne varietà di grano (monitorando quindi il consumo attuale di pane e pasta), dal momento che da millenni fino a circa 40 anni fa circa, si sono normalmente consumati i grani antichi (e i loro sottoprodotti) come alimento base, con incidenze della famosa intolleranza al glutine molto basse! Per capire meglio tale fenomeno, bisogna fare un’attenta analisi storica della granicoltura siciliana e distinguere due periodi: il primo periodo va dalla comparsa dell’agricoltura fino al 1950 circa e l’altro, molto più breve dal secondo dopoguerra fino ai giorni nostri. In Sicilia, si hanno notizie indirette delle coltivazioni di grano da reperti archeologici datati 7.300-6.500 A.C, dove sono stati trovati paglia e chicchi di grano carbonizzati. L’isola divenne un vero e proprio granaio prima con i Greci e poi con l’Impero Romano. Tra il VIII e il XIII secolo si ebbe un notevole incremento della granicoltura. La coltura del grano tornò ad avere importanza a partire dalla metà del quattrocento, allorché la popolazione cominciò a ricrescere vertiginosamente. Essa vide poi una particolare fioritura tra la fine del 1700 e gli inizi del 1900. Fino al 1900 circa, i grani antichi rappresentarono il patrimonio genetico appartenente alla biodiversità mediterranea e frutto della selezione fatta dai contadini, praticamente, dalla nascita dell’agricoltura. Fra i grani antichi siciliani si ricordano la varietà Tumminìa o Timilìa: antico grano duro a ciclo breve ampiamente diffuso in Sicilia dove si hanno notizie risalenti addirittura all’assedio di Lentini (guerra dei 90 anni, 1282-1372), si legge infatti: …“Erasi in quell’epoca e per quella guerra venne introdotta la coltivazione del grano marzuolo, che allora diceasi Diminia perché, venendo in maturità in minor tempo degli altri frumenti, credeano gli agricoltori di correre meno pericolo. Pure ciò nulla giovò a’ Lentinesi nell’aprile del 1359” […]- Palermo, 1883 - Niccolò Palmeri, Carlo Somma – Opere edite et inedite - Pagina 802, Stabilimento Tipografico P. Pensante - . Venne coltivato ampiamente anche nelle nostre campagne di Marineo fino agli anni’70-80 del secolo scorso. Generalmente veniva seminato dai nostri nonni nel mese di marzo nelle annate molto piovose che non consentivano a novembre-dicembre le regolari semine di altri grani a ciclo più lungo. Di questo cereale se ne conoscono due sottospecie: Timilia a reste nere (Triticum durum Desf. var. reichenbachii Koern) e Timilia a reste bianche (Triticum durum Desf. var. affine Koern). La sua semola presenta un glutine meno forte rispetto alle varietà moderne. È ideale sia per la pastificazione ma soprattutto per la panificazione, oggi rivalutato nell’areale di Castelvetrano, dove un suo sottoprodotto il “pane nero di Castelvetrano” rappresenta un’importante presidio Slow Food. Fra i grani antichi a ciclo più lungo si annovera il grano Russello (Triticum durum Desf. var. hordeiforme Koern) secondo alcuni studiosi tra i quali il Prof. Ugo De Cillis (I frumenti siciliani-Pubblicazione n. 9- 1942) è stata una delle popolazioni di grano maggiormente coltivate in Sicilia (a Marineo era conosciuto con il nome di Ruscia, Gianti, o Gianti Russu) chiamato così proprio per l'altezza della spiga che in certe annate superava anche il metro e mezzo, con la granella più grande circa due volte rispetto ad un grano moderno. La cariosside (chicco) presenta un più basso contenuto in glutine fino al 30-40 % in meno rispetto alle moderne varietà canadesi. Dalle semole di questo splendido cereale venivano prodotti pane e pasta di ottima qualità e salubrità. La sua coltivazione venne sempre più accantonata, in quanto, l’altezza delle spighe, in certe annate ricche di vento e pioggia, rappresentava un fattore limitante: la pianta infatti si “allettava” (si adagiava sul terreno) rendendo difficoltosa la raccolta. Da ricordare fra i grani antichi anche le varietà Realforte (Triticum durum Desf. var. melanopus Koern) coltivato nell’areale dei monti Sicani anch’esso per ottimi usi panificatori e il grano Biancuccia (Triticum durum Desf. var. leucomelan Koern) dalla cui granella si ottiene una semola che conferisce un forte aroma al pane. Un discorso a parte merita l’antico grano siciliano Perciasacchi, chiamato così per la forma appuntita del chicco che bucava appunto i sacchi di juta, detto anche “Farro lungo siciliano” (ma non si tratta di un farro), che veniva coltivato invece in maniera più ampia nell’areale dell’ennese e del catanese. Secondo alcune ipotesi, l’antico grano siciliano perciasacchi avrebbe un’affinità genetica e quindi risulterebbe un parente stretto del tanto pubblicizzato “Kamut” (il Kamut non è il nome di un grano, ma di un marchio commerciale posto su una antica varietà di frumento che una società ha registrato negli Stati Uniti, coltivato e venduto in regime di monopolio in tutto il mondo). Si tratterebbe in realtà del frumento iraniano Khorasan – (Triticum turgidum subsp. turanicum) che presenta un fusto alto fino a 1,80 m, chiamato anche il “grano del faraone” perché si racconta che i suoi semi sono stati ritrovati intorno alla metà del secolo scorso da un aviatore americano nel 1949 in una tomba egizia ed esportati nel Montana (USA), dove dopo migliaia di anni sono stati “risvegliati” e moltiplicati. Oggi è vietata l’autoproduzione del seme Kamut, tanto vale reintrodurre il “nostrano” grano Perciasacchi, libero da royalties! Per la produzione di farine per dolci e torte varie, i nostri agricoltori nei millenni avevano anche selezionato un’importante popolazione di grano tenero siciliano ossia il Maiorca (Triticum vulgare Host. var. albidum Koern), e il “Maiorcone”(Triticum vulgare Host. var.erythrospermum Koern), che venivano coltivati nelle pianure sino nella bassa collina siciliana al riparo dai forti venti, dalle cui pregiata semola si ottenevano ottimi dolci e prodotti da forno ( alcuni studiosi sostengono che la scorza del cannolo siciliano sia nata appunto con questa farina). Oggi la farina di Maiorca è stata sostituta dalle moderna e “pericolosa” farina tipo “00” (definita proprio un veleno da alcuni oncologi come il Prof. Berrino -Milano). In Italia, con un pioniere della genetica agraria, il marchigiano Nazareno Strampelli (1866-1942), si cominciarono a migliorare i grani antichi. Egli selezionò sul campo le piante migliori e compì veri e propri incroci tra varietà diverse. Dopo 30 anni di sperimentazioni, nel 1915 venne iscritta dallo stesso Strampelli la varietà “Senatore Cappelli” celebre cultivar dalla spiga a reste nere e svettante. Venne a lungo coltivato anche in Sicilia, (nelle nostre campagne marinesi era conosciuto con il nome Bidi’o Birì ). Intanto, negli anni che seguirono il secondo dopoguerra arriviamo alla cosiddetta “Rivoluzione verde”: si preferivano man mano grani a taglia sempre più bassa facilmente meccanizzabili nella raccolta e più produttivi. Di questi grani derivanti da una prima “correzione” della taglia ricordiamo il grano Capeiti e i “discendenti” siciliani del grano Cappelli: Hymera e Trinakria (costituiti dal Prof. Ballatore dell’Istituto di Agronomia dell’Univ. di Palermo). Dopo varie sperimentazioni, nel 1974 il “povero” grano Senatore Cappelli venne però sottoposto in un laboratorio dell’Enea a irradiazioni con raggi gamma del cobalto radioattivo e incrociato con una varietà a sua volta originata da un parentale messicano, dando vita al grano duro var. Creso. Si trattò di un frumento originato per mutagenesi indotta, geneticamente «nanizzato» e pertanto data la sua struttura resistente non si “adagiava più sul terreno”. Il Creso ebbe un grande successo fino agli anni’90 del secolo scorso e rappresenta in un certo senso il capostipite di molti grani attuali. Negli stessi anni in cui nacque il grano Creso, cominciò a svilupparsi altresì l’industria chimica: con la concimazione chimica il grano creso allora, ed oggi le varietà moderne, vengono forzate a produrre anche il doppio, il triplo rispetto ai grani antichi, perché tanto, essendo a taglia più bassa, non si “adagiano” più sul terreno. Il grano Creso attualmente risulta essere uno degli imputati fra le cause dell’intolleranza al glutine: viene ipotizzato infatti che: “alla modifica indotta del cereale in questione sia correlato il cambiamento della sua proteina, e in particolare di una frazione del glutine (gliadina), responsabile del malassorbimento degli alimenti e, conseguentemente, della comparsa di celiachia nell’individuo”.  Con la farina del grano canadese “manitoba” si arriva addirittura al 16-17% di solo glutine, con inevitabili ripercussioni sul nostro intestino che, come sottolineano alcuni esperti gastroenterologi: “non si è adeguato di pari passo con la modificazione genetica del grano” . Considerato che la ricerca sulle cause della celiachia è ancora aperta, non possiamo concludere con certezza se esista o meno una causa (il grano Creso o altri grani moderni) che ha provocato e che continui a provocare un aumento dei casi di intolleranza. Oggi, purtroppo, dobbiamo assistere comunque a questa realtà: viene imposto dalle multinazionali un cibo commerciale che, talvolta, non è adatto alla digestione e, il mancato assorbimento intestinale causa patologie degenerative e funzionali sul sistema gastro-intestinale dei consumatori. L’eccesso delle proteine e degli amidi nei grani moderni influisce altresì sull’indice glicemico, favorisce l’ingrassamento, il sovrappeso e le patologie come il diabete. In Sicilia però qualche imprenditore agricolo ha deciso di cambiare rotta, abbandonando le moderne tecniche di coltivazione delle “sospette” varietà moderne di grano e rimettendo a coltura invece le varietà antiche (Timila, Russello, Realforte,Biancuccia, Bidì, Perciasacchi, Maiorca etc..) essendo consapevoli che tali varietà di grano offrono nei loro sottoprodotti (farine, semole..) maggiori quantità di fibre e minerali e minor quantità di glutine. Contengono inoltre più vitamine e sostanze antiossidanti risultando quindi importanti per prevenire le intolleranze come la celiachia oltre che le malattie cardiovascolari, i tumori, l’obesità e il diabete. Inoltre, la loro coltivazione si sposa bene con i metodi dell’agricoltura biologica in quanto, essendo varietà antiche, si adattano molto bene nei nostri ambienti, hanno un’elevata abilità competitiva e non fanno sviluppare in maniera eccessiva le erbe infestati (e quindi si evitano eccessive spese per il diserbo chimico), hanno bisogno di poche concimazioni (e quindi si evita l’uso eccessivo di concimi ). Non ultimo, il prezzo di vendita del grano viene deciso localmente (attraverso i contratti di coltivazione stipulati con alcuni mulini tradizionali in pietra presenti anche un Sicilia), anziché imposto dalla borsa mondiale del grano presso Chicago, a settemila chilometri di distanza! Per concludere, volendo citare uno degli obiettivi fondamentali della prossima fiera mondiale Expò 2015: “Assicurare un’alimentazione sana e di qualità a tutti gli esseri umani”, confermerebbe che le future generazioni dipendano molto dalla riscoperta delle nostre antiche e genuine radici… prima che sia troppo tardi.

domenica 5 aprile 2015

Il linguaggio del cibo: la Pasqua e l'agnello rigeneratore della vita


di Nuccio Benanti
Il giorno di Pasqua si presenta con specifici segnali di abbondanza e di fertilità. Abbiamo visto sull'altare quel chicco di grano germogliato e destinato dal principio al sacrificio per produrre molto frutto. 
Il cibo è sempre stato importante nella vita degli uomini, tanto che ha avuto un ruolo fondamentale soprattutto nelle religioni: a partire dall'antico sacrificio vedico indiano, poi in Grecia, fino a giungere ai banchetti romani. Nel Nuovo Testamento sono diversi i momenti in cui l'insegnamento di Gesù si collega alla consumazione comunitaria del cibo: L'ultima cena e La cena di Emmaus sono due di questi. Dunque, dietro ai sapori e agli odori della cucina si nascondono tantissimi significati, una trama fitta di simboli e linguaggi. Il convivio di Pasqua rimanda, etimologicamente, a vivere insieme. Mangiare insieme ad altri uomini è un modo per trasformare un gesto individuale, nutritivo, naturale, in un fatto collettivo, simbolico, culturale. Quello che si fa assieme agli altri, come dimostra la religione, assume un significato sociale, un valore di comunicazione forte e complesso. In queste ore, le pasticcerie sono impegnate nella preparazione di una grande varietà di dolci: colombe, uova di cioccolata, cassate... Sono quasi scomparsi i tradizionali "pupa cu l'ova", mentre molte famiglie preparano in casa le pecorelle di pasta reale addobbate e colorate, che ci ricordano le prescelte vittime sacrificali del Vecchio Testamento. Nel computo dei preparativi pasquali non dobbiamo, inoltre, dimenticare il lavoro frenetico delle macellerie. Ormai sacrificato, cucinato, condito e servito a tavola, l'agnello sarà per i commensali saporito cibo, piatto pasquale, alimento rigeneratore della vita e dell'ordine familiare, sociale e cosmico.

sabato 4 aprile 2015

Il sabato è il giorno del passaggio stagionale e della rinascita di Cristo


di Nuccio Benanti
Nella giornata di sabato l’animo dei devoti comincia a rigenerarsi: “Lu Sabatu è jurnata d'alligria, nni stamu tutti cu la vucca risa” (Il sabato è giornata di allegria, ci stiamo tutti con la bocca sorridente).
La Pasqua cristiana viene celebrata la domenica seguente il primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. I fedeli si preparano, quindi, a vivere il passaggio stagionale e a fare memoria del mistero stesso della vita nella rinascita di Cristo. Alla morte, al cordoglio, alla penitenza si contrappone adesso la vita, la gioia, le manifestazioni di festa e lo scambio di auguri che hanno inizio la sera di sabato, ma che prima della riforma liturgica attuata dal Concilio Vaticano II prendevano il via a mezzogiorno. Mentre in chiesa le campane annunciavano la Resurrezione, altri suoni venivano provocati nelle case, questi ultimi accompagnati da formule per scacciare il diavolo e tenere finalmente lontane le negatività. Come abbiamo visto con i pastori, anche fuori paese venivano compiuti gesti per riaffermare l’ordine naturale e cosmico. All'indomani della Pasqua gli agricoltori riprendevano il proprio "lavureddu" e lo portavano in campagna per metterlo a dimora in mezzo al "lavuri" per propiziare la buona crescita del frumento. In tempi non molto lontani, ad annunciare la resurrezione di Cristo in chiesa Madre era la caduta di un telo che copriva la Scala Illuminata. Dal modo in cui avveniva la "caduta di la tila" gli anziani facevano dei presagi sull'annata agraria in corso. Ancora oggi, nelle poche famiglie che osservano le tradizioni, si preparano “i pupa cu l'ova”, biscotti a base di farina, uova e strutto, che contengono all’interno delle uova sode. Anche questo, assieme al dono dell'uovo di cioccolata o della colomba, è un gesto propiziatorio. Il Sabato Santo bisogna essere sorridenti perché questo è, nel contempo, il giorno della rigenerazione della natura, dopo il lungo sonno invernale, e della prodigiosa resurrezione di Gesù Cristo, rigeneratore dell'umanità.

venerdì 3 aprile 2015

Dopo una lunga notte di veglia e di cammino, la processione del Venerdì


di Nuccio Benanti
“Di Venniri murì Nostru Signuri, supra na cruci avuta e pinnenti. Tri chiova foru li stremi dulura. E na cruna di spini assai puncenti.” (Di Venerdì è morto Nostro Signore, sopra una croce alta e pendente. Tre chiodi sono stati gli estremi dolori, e una corona di spine molto pungenti).
Dopo una lunga notte di veglia, di cammino fisico e spirituale, di viaggio temporale e sentimentale, il venerdì è il giorno del silenzio e del digiuno. Interrotto soltanto dai suonatori di “troccula”, che fanno il giro del paese per segnare il tempo ad intervalli regolari. Adesso, anche il territorio urbano è uno spazio sacro. Alcuni anziani riferiscono che in passato i contadini non andavano a lavorare, mentre i pastori scioglievano le campane dal collo delle pecore. All’interno delle case venivano addirittura coperti gli specchi in segno di lutto: cosi, in questo giorno funesto, gli uomini non si radevano e le donne non si pettinavano. In chiesa facevano la loro comparsa i drappi viola, che coprivano le finestre e gli altari dei santi. Ancora oggi il rito della Passione culmina con la processione del Venerdì Santo. In tale contesto, quanta commozione suscita un rito che è silenzioso e assordante al tempo stesso, lieto e doloroso, intimo e comunitario nella preghiera e nel cordoglio. Le “vare” dell’Addolorata e del Cristo morto deposto nell’urna, seguiti dal “Sepolcro”, procedono solenni tra i ceri accesi: il mesto suono delle tabelle adesso fa spazio all'acuto suono della tromba, che si alterna col basso rullio della grancassa. "E a sippillirlu ja cu pocu accumpagnatu, seportu l'ha lassatu a lu so Beni" (E a seppellirlo andava con poca compagnia, sepolto l’ha lasciato il suo Bene). In estrema sintesi, quella del Venerdì è la prosecuzione di una lunga notte, iniziata il Giovedì con i canti della Passione, in cui la comunità si raccoglie, veglia e si da conforto: sa che occorre affrontare la Morte per poter sopravvivere alla morte.

giovedì 2 aprile 2015

I Canti dei giovani di Marineo nella notte della Passione del Signore


di Nuccio Benanti
La notte del giovedì Santo, subito dopo le funzioni religiose in chiesa, a Marineo è possibile assistere ad un'antichissima tradizione locale che vede protagonisti i cantori marinesi e che ha per scenario le chiese, le cappelle e le vie del paese. Si tratta dei Canti dei giovani di Marineo nella notte della Passione del Signore.
Gruppi di anziani, attorniati da giovani curiosi, desiderosi di conoscere la tradizione, confraternite e gruppi parrocchiali si riuniscono, intorno alla mezzanotte, presso la cappella della Santa Croce, alla periferia del paese, per eseguire gli antichi lamenti dialettali della Passione di Cristo. Dopo le prime esecuzioni solistiche, ogni gruppo segue un itinerario proprio e non prestabilito, che li porterà a cantare per i quartieri del paese, a fare visita ai “sepolcri” allestiti all’interno della chiesa Madre, del Collegio e del Convento. Le esecuzioni dei canti tradizionali e dialettali sono solistiche e sono intervallate dal suono della “troccula”. I canti vengono eseguiti a turno da singoli fedeli, mentre non c’è limite nel numero di strumenti che inframmezzano le parti. I pezzi più lunghi non vengono mai sviluppati interamente: di volta in volta gli esecutori ne estrapolano delle parti. Diu vi salvi, o Regina è, invece, un canto che viene eseguito coralmente, da uomini e donne, e senza inframmezzo della “troccula”. Questo motivo viene canato anche durante la processione del Venerdì Santo. Vi sono poi anche altri canti corali, eseguiti dai giovani che fanno parte di associazioni parrocchiali. I “lamenti” si sono tramandati soprattutto per via orale. In paese, sono stati pubblicati due libretti con alcuni testi. Il primo è intitolato "I Canti dei giovani di Marineo nella notte della Passione del Signore", Palermo, 1973, ed è stato curato da monsignor Natale Raineri. Il secondo, "I canti di Marineo nella notte della Passione del Signore", a cura dell’associazione Mcl di Marineo, 1990, è sostanzialmente una ristampa, con delle aggiunte, del precedente libretto. Nel 1997 è stato realizzato anche un cd rom: "Marineo, canti della passione", con 14 registrazioni ed un testo introduttivo. In queste tre opere si esaurisce la letteratura locale sui canti e sulle tradizioni della Settimana Santa a Marineo.

mercoledì 1 aprile 2015

Marineo: la scala dei lavureddi, tradizione ricca di simboli ancestrali


di Nuccio Benanti
MARINEO. Nel libro sacro dello zoroastrismo, Zarathustra proclama: «Chi semina il grano edifica l’ordine». Il nome che i contadini di Marineo danno al campo di frumento è lavuri. I lavureddi sono, quindi, piccoli campi di grano, di lavoro e di ordine.
Vengono realizzati per adornare la scalinata dell’Altare della reposizione (comunemente detto del Santo Sepolcro), all’interno della chiesa Madre. Il frumento viene seminato dai devoti nella stoppa umida in prossimità della festa di San Giuseppe, per essere tenuto al buio all'interno delle proprie abitazioni fino alla Settimana Santa. Sono i confrati della confraternita del Santissimo Sacramento ad allestire la caratteristica Scala Illuminata addobbata con rami d’ulivo e fiori. Al centro della chiesa vengono sistemati un centinaio di piatti germogliati portati dalle famiglie e dagli alunni delle scuole. Attraverso una scala, i messaggeri divini salgono e scendono nel sogno biblico di Giacobbe: "Una scala poggiava sulla terra, la sua cima raggiungeva il cielo. Ed ecco, gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa" (Genesi 28, 12). La scala dei lavureddi è, quindi, un ponte. Serve a favorire un contatto con l’aldilà, con la residenza e con la provvidenza divina, ma anche a propiziare ritualmente l'innalzarsi delle messi, trattandosi di una forma di pensiero per analogie. Si tratta della tradizione legata alla Settimana Santa più ricca di simboli ancestrali, che affonda le radici in tempi molto remoti, antecedenti alla stessa venuta di Gesù. Nell’antichità i devoti di Adone, all'approssimarsi della primavera seminavano in contenitori di terracotta chicchi di grano, che facevano germogliare in assenza di luce. Con queste nuove piantine ornavano, nei giorni antecedenti l'equinozio di primavera, il sepolcro della loro divinità, il giardino di Adone, propiziandone la resurrezione.