martedì 25 novembre 2014

Operazione fico d’India, il racconto lungo di un cuntista siculo-emiliano


di Santo Lombino
Sono tante le similitudini e le metafore che vengono in mente a chi legge questo racconto lungo, e i lettori si divertiranno (di questo non ho dubbi) ad aprire una per una le matrioske di cui esso è con raffinata sapienza composto.
Se è vero che Sharazade ha impiegato “mille e una notte” a completare la sua narrazione, non sappiamo quanto hanno impiegato i tre protagonisti-narratori di “Operazione fico d’India” a condurre in porto la loro. Un fatto è sicuro: come il Gran Visir dovette ascoltare la principessa per tutto il periodo del racconto, così è costretto a fare malvolentieri il giornalista Bran Levante, cui i tre addossano una colpa in fondo strettamente professionale: aver voluto far carriera divulgando anzitempo una notizia ricevuta con la preghiera di non farlo prima del tempo... Si narra pure che i giovani scampati alla peste fiorentina del Trecento trascorsero il tempo, oltre che nella stupenda cornice delle dieci giornate in cui si trattarono gli argomenti da Boccaccio scelti, in quella delle meravigliose colline fiesolane: i tre narratori di cui tratta Canzoneri, nonché i loro amici della “Congrega dei limoni”, vivono in quella che fu un tempo la stupenda cornice delle ville bagheresi: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria...” Quanto all’autore, ogni prova di Giovanni Canzoneri ingloba la precedente, ne supera incertezze e ingenuità, porta a compimento le premesse contenute nelle tappe anteriori. Grazie a questo movimento “a spirale” in salita, il nostro cuntista siculo-emiliano arriva a quest’opera con la maturità che unisce immaginazione creativa e sapiente cesello linguistico, risultato di una felice contaminazione ossia meticciato tra tradizione e modernità, radici nel mare di Aspra e nel monte Catalfano e modelli camilleriani, fantasmatici luoghi dell’infanzia e cronaca quotidiana più o meno allegra, lingua materpaterna e digitale nipotesco... Non sfuggirà al lettore l’umorismo scatenato in ogni situazione, mediato da fulminanti battute, cinematografici colpi di scena, risposte che “ghiacciano” l’avversario, come avviene nei conversari della Sicilia profonda, dove ogni gesto è sfida e ogni frase round di quell’immaginario incontro di boxe che è il dialogo per le strade, nei bar e... nelle caserme. Qui Canzoneri non incentra il suo modulo narrativo sul narratore e sulla fervida capacità di descrizione di fatti e misfatti, ma mette in scena similveristicamente uomini e ominicchi senza emettere giudizi sulle loro azioni, dato che per gli stessi attori del racconto, come cantava Enzo Jannacci, “l’importante è esagerare”. Il malinconico racconto finale è quanto mai legato all’attualità della crisi e ai rapporti tra chi ne è sovrastato e chi deve in qualche modo contenerne la rabbia, come il maresciallo Aragonini. Il caso vuole che quest’anno ricorra il duecentesimo anniversario della fondazione dell’Arma dei carabinieri... A noi piace pensare che Giovanni non l’abbia fatto apposta, ma le coincidenze – come tutte le coincidenze, tranne forse quelle ferroviarie – non sono mai casuali.